martedì, 03 novembre 2009







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MOSTRA MARTIN SOTO CLIMENT, Galleria T293, Napoli.


http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=29291&IDCategoria=1

Il mio commento non può mancare perchè la T293 rappresenta il migliore sintomo di una situazione più vasta e più generale. Il migliore esempio di come la periferia voglia ostinatamente raggiungere un centro quando invece sarebbe più efficace andare altrove, e ottimizzare i vantaggi della "periferia" (non mi riferisco a napoli , ma ad una periferia del pensiero). La mostra di martin soto climent (nome perfetto per il panorama attuale) vede la sua forza nelle recensione quì sopra.La recensione ipnotizza e per per pochi istanti fa dimenticare la mostra. Il progetto generale è la quinta essenza di un certo artigianato evoluto, un ikea evoluta e raffinata. I legami con il 900 sono plateali e imbarazzanti, ma non importa, perchè ci sono critici impegnati a scrivere recensioni affascinanti e poetiche (senza ironia). Perchè c'è un contesto cool e di ricerca che potrebbe sostenere tutto e il contrario di tutto.Perchè c'è un contesto (fatto di luoghi e relazioni) che è il vero centro dell'opera.L'opera è platealmente assente dalla galleria. Spero solo che il collezionismo e il pubblico abbiano chiari i reali valori in campo.


e perche non parliamo mai di monitor ad esempio?
I.G.U.


T293 (e la stessa Fonti di napoli), come la galleria Zero, come Monitor, sono solo esempi e sintomi di un clima generale. Non è questione di mettere alla gogna nessuno, ma di mantenere gli occhi aperti.  Queste sono gallerie che devono pur sempre proporre oggetti e prodotti da vendere. Il rischio può essere quello di sparare sull'ambulanza. Però se queste sono le cosiddette gallerie cooool e di ricerca. Queste gallerie hanno il dovere di una tensione  più sincera. Ed evitare di prendere in giro il pubblico, ma prima di tutto loro stesse. Sono convinto che una riflessione sincera sul linguaggio sia possibile anche senza rinunciare alla forma e all'oggetto. Bisogna ovviamente ripensare all'oggetto. Queste gallerie potrebbero iniziare col diventare un po' meno chiuse, un po' meno ossessionate dal raggiungere un clima internazionale. Scimmiottando quello che altri hanno fatto prima e meglio.

Non mi interessa nè la critica istituzionale nè la banale sparizione dell'oggetto. L'oggetto e la forma vanno ridefiniti. Nella finanza, e in molti campi, un 'informazione può fare la differenza. E non ci sono oggetti. Dal teatro e dal cinema si esce senza oggetti (forse con qualche video o foto nell'iphone). Percepisco un'ossessione per l'oggetto che rischia di far rimanere l'arte al palo. Angela Vettese, alla fine dell'intervista quì sotto, parla di doris salcedo. Penso che alcune opere della salcedo riflettano molto la personalità di angela vettese, un cemento inequivocabile incontra mobili più dolci e più caldi. Penso che sia eccitante raccogliere la sfida della forma, ma senza prendere (e prendersi) in giro. Alcune stanze sono vuote e congestionate perchè qualcuno è corso via con il centro, il fuoco, dell'opera. Un centro che, troppo banalmente, è nei luoghi (dove avvengono le cose) e nelle relazioni (chi sostiene le cose). Bisognerebbe portare altrove questo centro.



DIALOGON

VERSIONE FINALE - Angela Vettese_ Luca Rossi-

-A detta di diversi commentatori internazionali stiamo attraversando una
>   fase di stasi per quanto riguarda l'arte contemporanea e non solo. A venezia, c'è
> stata una giusta celebrazione di Bruce Nauman, che non è certo un giovane.
>   Sempre in Biennale non si sono viste impennate originali.  Lei ha questa
>   impressione? Crede che una fase di stagnazione possa portare maggiori
>   correlazioni tra la critica e la "politica" dell'arte?
>
> NON CAPISCO COSA SI INTENDA PER STASI.
>
> Una senzazione di deja-vu, di soluzioni formali e concettuali che sembrano
> tigri in gabbia, a volte senza denti. Una sorta di riproposizione dei
> medesimi elementi del 900 e degli anni 90. Una preponderanza autoriale del
> curatore che assembla artisti come sfumature prevedibili della tavolozza. Un
> consolidamento di un certo artigianato prevedibile e rassicurante dell'arte
> contemporanea. Un linguaggio quindi stereotipato,diventato una sorta di
> archetipo. La necessità di una riflessione sul  ruolo e sul format.
>
> FORSE SI INTENDE LA SPLENDIDA OPPORTUNITA' DI UN PO' DI SILENZIO, DI UN PO'DI CRISI MERCANTILE, DI UNA FASE DIVERSA DALL'EUFORIA MONDANA. LA QUALE E' SEMPRE GRADITA, MA NON SEMPRE FORIERA DI APPROFONDIMENTI E DI NOVITA'.
>
> Pienamente d'accordo!



gino




> IL MONDO STA CAMBIANDO CON UNA ACCELERAZIONE INCREDIBILE. SULLA GINZA, A TOKIO, VERSACE HA CHIUSO E GAP APRE. IN GIAPPONE, PAESE CHE APRE LE TENDENZE DA MOLTO TEMPO (E CHE HA ANCHE APERTO NEL 1991 LA FASE DI CRISI DEL CAPITALISMO MATURO, PER CUI E' PIU' AVANTI DI NOI) E' CHIC NON ESSERE BRANDIZZATI E NON MOSTRARE DI SPENDERE. COME DA NOI NEGLI ANNI SETTANTA, QUANDO SI COMPERAVANO GLI ABITI NEL MERCATO DI RESINA A NAPOLI.LA GENTE CAMBIA MODO DI PENSARE E DI VIVERE. GLI ARTISTI, DA QUALCHE PARTE,SONO CERTA CHE STANNO ELABORANDO LE LORO MANIERE DI VEDERE IL MONDO. SIAMO NOI CHE NON VEDIAMO LORO, E PER FORTUNA: COME DICE MORTON FELDMAN IN "GIVE MY REGARDS TO EIGHT STREET", OCCORRONO ALMENO SEI SETTIMANE IN CUI UN GRUPPO DI PERSONE STA AL RIPARO DA QUALSIASI ALTRA INTERFERENZA PERCHE' VENGA FUORI QUALCOSA DI INNOVATIVO. NON SI INVENTA NEL CHIASSO, MA NELLA CONCENTRAZIONE.
 
IN GRUPPI RISERVATI. PUò DARSI CHE CRITICI, RIVISTE, CURATORI NON RIESCANO ANCORA A INTERCETTARE IL NUOVO. QUALCOSA BOLLE MA NON SAPPIAMO IN CHE PENTOLA. SE NON BOLLISSE NIENTE IN UN MOMENTO COSI' CALDO, MI STUPIREI DEL FALLIMENTO DELL'ARTE E IO NON CREDO CHE FALLISCA NEMMENO ADESSO.
>
>
>  -Nella sua vita professionale è impegnata su più fronti, all'interno di
> molte istituzioni. Una di queste è il festival dell'arte contemporanea di
> Faenza. Ottimo momento di riflessione verbale. Ma non crede che in italia, e non solo, c'è la necessità di sostenere e sviluppare i contenuti. Non crede
>   che un festival così sia un lusso prematuro, come fare una casa iniziando
>   dai decori del tetto?
>
> CREDO CHE IN ITALIA SIAMO PIENI DI PICCOLE ISTITUZIONI IMPORTANTI, ANCHE SE SIAMO INCAPACI DI CREARNE UNA GRANDE PERCHE' DA MILLE ANNI IL NOSTRO PAESE E' POLICENTRICO  FATTO DI CAMPANILI SOTTO AI QUALI STANNO PICCOLE COMUNITA'.NON ABBIAMO GRANDI MUSEI MA LE NOSTRE REALTA ESPOSITIVE NON SONO MALE.CERTO, NON SIAMO RICCHI COME LA FINLANDIA E QUESTO SI VEDE. MA TUTTI I CURAORI STRANIERI FINISCONO PER VOLERE VENIRE DA NOI E I CURATORI ITALIANI HANNO MOLTO SPAZIO ALL'ESTERO, DA BONAMI A GIONI A CAROLYN CHRISTOV-BAKARIGIEV A NOMI MENO ALTISONANTI MA INCISIVI.

> Oltre CCB, bonami e gioni,quali sono gli altri nomi incisivi?

MA TANTI. CI SONO "CLASSICI" COME GIACINTO DI PIETRANTONIO, LUCA CERIZZA, CAROLINE CORBETTA

Ma quale spazio hanno all'estero? Non crede che ci sia una sovraproduzione anche di curatori? La pratica curatoriale sta divendando (anche consapevolmente) una sorta di pratica artistica? Curatori come chef o registi.

E SE FOSSE? BRETON E MARINETTI E APOLLINAIRE ERANO PERSONE CHE OGGI DEFINIREMMO CURATORI. CHEF. REGISTI. PURTROPPO NON NE NASCONO OGNI GIORNO, DI QUELLA QUALITA'.


urs-fischer



, MA STA AFFERMANDOSI  UNA GENERAZIONE DI TRENTENNI CHE NON CONOSCO DEL TUTTO MA IN CUI SPERO.
MA POI SCUSI, PERCHE' LEI E' COSI' INTERESSATO, DIREI IN MODO QUASI MANIACALE, AL SISTEMA DELL'ARTE? CREDE DAVVERO CHE UN ARTISTA "CE LA FACCIA" SOLO SE S' PROTETTO DAL SISTEMA? CHE COSA DA ITALIANI!!!

Sì queste sono le solite banalità con cui si etichetta chi osa proporre un reale confronto critico in italia. Penso che sia più "italiano" (ma vede che non sono io ad essere fissato con l'italia) prendere la scusa dell'italianità per evitare un confronto. Io sto dicendo che gli artisti italiani "non ce la fanno" proprio perchè si formano in un sistema malato. Il sistema protegge quelli che sono fuochi di paglia. Ce la cantiamo e ce la suoniamo. Questo anche perchè ogni operatore mira a coltivare solo il proprio orticello senza una visione più ampia che farebbe bene a lui e a tutti. Sto dicendo che in italia,come in europa e sulla scena internazionale, non c'è alcune sincera riflessione sul linguaggio e sul ruolo dell'artista. Si perpetua unicamente una sorta di archetipo prevedibile,spuntato e rassicurante dell'arte contemporanea. Una sorta di IKEA evoluta  e raffinata. Questo sto dicendo. Non è questione di essere italiani, o sloveni, è questione di guardare la realtà ed essere sinceri con se stessi e gli altri. Non mi sto riferendo alla legittima esposizione e sviluppo dei migliori ingredienti del 1900 (anche di fine anni 90).

Se il sistema soffoca io ne parlo eccome...non cado nella trappola del "se pensi ti lamenti e basta".


LA MANIFESTAZIONE PIU' INTERESSANTE A MILANO IN QUESTI MESI E' STATA UNA MOSTRA COMPLETAMENTE AUTOGESTITA IN ZONA ISOLA. NON UN SOLO CURATORE MA ARTISTI CHE HANNO ORGANIZZATO TUTTO, COMPRESI I PERMESSI PER OCCUPAZIONE DEL SUOLO PUBBLICO.

Soluzioni anche quì prevedibili e spuntate. Una sorta di turismo creativo che passa da una trovata artistica a quell'altra senza l'urgenza di un discorso più ampio e forte. Ne formalmente ne concettualmente. Queste cose vanno bene per raccontare di gesta romantiche, sovraprodotte,anacronisctiche e fuori dal tempo.


 I CURATORI BUONI HANNO SEMPLICEMENTE ORECCHIE BUONE, SENTONO DI CHI SI PARLA TRA GLI ARTSITI E AMPLIFICANO QUESTE VOCI.

Ecco, questo scegliere gli artisti seguendo le voci di corridoio e seguendo dove tira il vento. Senza alcun desiderio reale di approfondimento. Quando i contenuti si appiattiscono e diventano interscambiabili prevalgono le relazioni amicali e la superficialità di scelta.


vedere un luogo che non c


Credevo di partecipare a un dialogo (come lo penso io) e non a un processo o a un duello.
Se vuole sapere cosa penso del sistema, sappia che non ho fatto altro che scrivere su di esso per anni. Dal 1991, con il libro Investire in arte, poi rivisto nel 1993, poi rivisto nel 2000 per l'edizione spagnola. Poi ancora con Artisti si diventa, 1998m, Carocci, Roma, e infine con "Ma questo è un Quadro", Carocci 2005 e con la voce Esposizioni sulla Treccani aggiornamento 2000. Mi scuso di dovere esibire questo pedigree, ma del resto anche lei fa una grande pubblicità al suo sito in queste righe.
Capirà che a me parlare di sistema interessa oramai fino a un certo punto. Sono argomenti che non saprei più come articolare, se vuole mi faccia le pulci su ciò che ho già scritto.

Nessun duello. Non c'è alcun motivo per guerreggiare. A volte però serve una critica, anche forte. Io critico ma cerco di proporre anche alternative. Cerco di essere costruttivo.


Io non ritengo il sistema centrale. Ritengo fondamentele un'analisi "complessa" che debba tenere conto della critica,dell'economia e della politica dell'arte. Senza visioni nazionalistiche o protezionistiche, ma comparando il sistema italia alla scena internazionale.

QUANTO AL FESTIVAL DI FAENZA, CREDO CHE SIAMO PRONTISSIMI PER PARLARE D'ARTE. CREDO CHE CIO' CHE E'  MANCATO IN ITALIA SIA PROPRIO UN ALTO LIVELLO DI RIFLESSIONE TEORICA,IMPOSSIBILE NELLE UNIVERSITA' DOVE LE CATTEDRE DI ARTE CONTEMPORANEA SONO POCHE, DIFFICILE ANCHE SU RIVISTE IMPORTANTI COME FLASH ART DOVE LA TEORIA FA LA PARTE DELLA PROFESSORESSA E RISULTA NOIOSA.
>
> Però non crede che i relatori del festival siano impossibilitati ad una
> riflessione critica (anche dura) per paura di avere ricadute sulla propria
> vita professionale futura. Questa potrebbe essere una carenza fatale, che
> permette un compiacimento generale e sterile.
> Cosa pensa del blog Whitehouse? Lo ha letto? Whitehouse vorrebbe essere un punto dove si scontrano-incontrano tutti i livelli del sistema. Questo crea un sistema teoricamente indipendente capace di bypassare quello reale e creare un terreno di confronto.
>
> IL BLOG WHITEHOUSE POTREBBE ESSERE INTERESSANTE SE NON FOSSSE RICCO DI ERRORI, MANCANZE DI INFORMAZIONI E SOPRATTUTTO, RIPETO, UNA PASSIONE MANIACALE PER IL SISTEMA.

Nel blog si parla e si è parlato di tutto, dall'opera specifica fino alla dinamiche sistemiche internazionali. Per questo ognuno vede quello che vuole vedere e ,ovviamente, vede le proprie ossessioni.


 E' GOSSIPISMO CULTURALE. E' PARLARE DI CHI FA INVECE DEL "COSA SI FA". E' NON PARLARE MAI DI OPERE MA DI PERSONE E MAGARI, ALL'ITALIANA, PERSINO DI RACCOMANDAZIONI.

Si parla di tutto. Anche di raccomandazioni se ce ne bisogno. Senza alcun complesso di inferiorità sull'essere italiani. Smettiamola. Cerchiamo di avere una visione ragionevole, anche a costo di sembrare ITALIANISSIMI o estremamente messicani o russi. Si parla sempre del "cosa si fa" e c'è una grossa parte propositiva.  C'è anche una versione internazionale che sta partendo.

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GUARDI, UN CRITICO A PREFERIRE UN ARTISTA O UN ALTRO NON CI GUADAGNA NIENTE, E' SOLO UN ORGOGLIO PROFESSIONALE ARRIVARE PRIMA A QUELLO CHE OTTERRA' CONSENSO INTERNAZIONALE O ALMENO NAZIONALE. NON C'E' MOTIVO PER PUNTARE SUI MEDIOCRI ANZICHE' SU QUELLI CHE SI RITENGONO VERAMENTE I MIGLIORI.

Il problema è che in italia la posta in gioco è bassa, quindi sempre meglio approfondire poco (nessuno paga per approfondire sul serio) e compiacere le scelte generali del sistema. Questo mortifica e disincentiva ogni novità. Per non parlare del fatto che perpetuare questo sistema significa che ,alla fine, quei 4 gatti che girano, diventano veramente i "migliori". Prendiamo un esempio recente. Alberto Tadiello ancora sulla soglia di Brera è stato preso in ostaggio dal sistema. Anche ammesso che il suo lavoro sia geniale non sono giustificabili le 40 mostre in un giorno e molti inviti "aprioristici" senza una lettura reale della realtà. Questo per dire come il sistema possa cullare e aiutare. La cosa paradossale è che queste dinamiche diventano controproducenti per gli stessi artisti coinvolti che giovanissimi diventano statue di sale con piglio da artista "storico". 


QUANTO ALLA LIBERTA' DI OPINIONE A FAENZA, LA SUA OBIEZIONE PUO' ESSERE RILEVANTE PER I CRITICI ITALIANI.

Appunto, mi sembra importante e pericoloso.

MA COSA VUOLE CHE IMPORTI AI NOSTRI OSPITI, DA UN CURATORE COME BIRNBAUM A UNO STORICO COME ALTSHULER, DA UN'ARTISTA COME TANIA BRUGUERA E UN CRITICO ORMAI GIUBILATO COME BONITO OLIVA O UN DIRETTORE DI MUSEO INTERNAZIONALE COME IWONA BLAZWICK,  DI INIMICARSI QUALCUNO NEL SISTEMA ITALIANO?

Infatti non ne parlano, ma il problema sono gli italiani che (pure loro) non parlano del sistema italiano in rapporto a quello internazionale. Non ne parla nessuno quindi. E poi agli stranieri cosa importa "criticare" e quindi ottimizzare il sistema italiano. Meglio fare il proprio intervento, tacere e finire tutti a tarallucci e vino (che dall'estero ci invidiano).


>  IN UN PAESE DOVE C'E' LA BIENNALE DI VENEZIA, CHE RESTA UNA DELLE CINQUE MOSTRE PIU' IMPORTANTI DEL MONDO, PERCHE' NON DOVREBBE ESSERCI UN POSTO DOVE SI PARLA D'ARTE? PIUTTOSTO, CREDO SI DEBBA ANDARE ANCORA PIU' A FONDO,PASSARE DALL'IDEA DI TALK AMERICANO A QUELLA DI DIALOGON GRECO.

> Cosa intende per dialogon? Anche se il problema è una stagnazione generale in cui tutti si compiacciono e rassicurano. La critica viene subito vista come "polemica italiana", e quindi allontanata, schiacciati dai complessi inferiorità. Questo non fa crescere nessuno.
Whitehouse vorrebbe sintetizzare/far scontrare tutti i livelli del sistema in un unico punto. L'operazione è piacevolmente balorda e autistica. Ma non vedo meno autismo nel sistema reale (citazioni colte a profusione,medesimi giri prevedibili,medesimi santi protettori, tutta una fascia di operatori silenti in attesa di qualche briciola, ecc). Tanto vale esserne consapevoli e diverstirsi nell'esagerare, per vedere se ,così facendo, si può andare oltre.

IL DIALOGON E' QUELLA FORMA DEL PENSIERO FILOSOFICO CHE PASSA ATTRAVERSO IL METODO DOMANDA-RISPOSA, ANCTICO COME IL MONDO MA TEORIZZATO DA SOCRATE, MESSO PER ISCRITTO DA PLATONE, USATO DA GALILEO E DA LEOPARDI, MESSO IN DISCUSSIONE DA DERIDDA, INSOMMA UNA DELLE FORME CLASSICHE DEL PENSIERO OCCIDENTALE, COME L'OLIO SU TELA O LA FORMA-SONATA. IL MERITO DI QUESTA FORMA, RISPETTO AL TRATTATO O AL DISCORSO O ALLA LECTIO MAGISTRALIS, E' DI NON ESSERE ASSERTIVA MA CRITICA. NON SI DICONO VERITA' PRESUNTE MA SI PROPONGONO PUNTI DI VISTA. IL PENSIERO PROCEDE PER PASSI DIALETTICI, PER CONTRADDIZIONI E SOLUZIONI. SENZA AUTORITARISMI PERCHE' SENZA ECCESSIVA INSISTENZA SULL'AUTORIALITA' E SULLA PROPRIETA PRIVATA DELLE OPINIONI.

>
>   -E' soddisfatta della sua vita professionale? Se potesse tornare indietro
>   cosa non farebbe? O cosa farebbe.
>
> LA MIA VITA PROFESSIONALE NASCE PER VOCAZIONE E PER AMORE. SE AVESSI LA STESSA MADRE E INCONTRASSI LO STESSO UOMO FAREI LE STESSE SCELTE. ORA VORREI FARE LA RICERCATRICE COGNITIVISTA. E' TARDI, MA POSSO SEMPRE CERCARE DI CAPIRE CHE COSA PASSA NEL CERVELLO QUANDO UN ARTISTA LAVORA. NON SONO ANDATA ALL'ESTERO E QUESTO MI E' COSTATO CARO, NON SONO BRAVA COME AVREI POTUTO.  MA LA MIA VITA PERSONALE E' STATA UNA MOTIVAZIONE INSOPPRIMMIBILE. NON NE SONO PENTITA.
>
>   -Lei è molto impegnata in istituzioni per la promozione die giovani
>   artisti. Citando Nicola Bourrioud siamo in una fase di postproduzione
>   estrema. Cosa ne pensa del linguaggio dei giovani artisti oggi? E del loro
>   ruolo? Ci può fare il nome di un giovane artista sopravvalutato e uno
>   sottovalutato? Semmai argomentando le sue scelte.
>
> NICOLAS BOURRIAUD PARLA DI POSTPRODUZIONE IN UN MODO, MI SEMBRA, ASSAI PIU'
VASTO.


In questo caso mi riferivo solo alla tendenza delle generazioni più giovani di riproporre i medesimi ingredienti del 900 attraverso mix che stanno diventando sempre meno originali. E anche alla tendenza dei curatori di diventare a loro volta DJ che remixano i mix. Arrivando ancora a soluzioni non sempre originali.


CONCORDO SULLA SUA ANALISI CHE E' SOPRATTUTTO TEORICA. MA CHIARAMENTE NON E' IL SOLO AD AVERE PARLATO DI POSPRODUZIONE E CONSIMILI. E' EVIDENTE CHE QUALSIASI IMMAGINE IN PHOTOSHOP, MA ANCHE QUALSIASI OPERA SI FONDI SULLA PARTECIPAZIONE DELLO SPETTATORE (CIOE' SU UNA FORMA, TRA L'ALTRO, DI DIALOGON) OGNI FORMA DI ARTE CONTESTUALE, E' STATA TEORIZZATA ANCHE DA CLAIRE BISHOP, DA PAUL ARDENNE, DA MICHEL MAFESSOLI.

>
> Sono state organizzati anche interventi pratici. Progetti in due gallerie
> (T293,Massimo De Carlo), una mostra in zona ventura, mostre presso la
> Fondazione Civica di Trento e la Fondazione Sandretto, un progetto per la
> mostra Viva l'italia, un rubrica su flash art, almeno 2 interventi
> "artistici". E si tratta solo di 6 mesi di attività.

BEH, MA ALLORA GUARDIAMO ANCHE AL GUGGENHEIM DI NEW YORK DOVE LO SCORSO ANNO NANCY SPECTOR HA ORGANIZZATO LA MOSTRA PARADIGMATICA SUGLI ARTISTI TOCCATI DA BOURRIAUD. LA POSTPRODUZIONE, DEL RESTO, NONE' CHE UNA FASE ESTREMA DELL'EPOCA DEL MONTAGGIO NATA CON IL CINEMA E DESTINATA A NON FINIRE MAI PIU'. IL PROBLEMA E' LA QUALITA' DELLA POSTPRODUZIONE, E DEVO DIRE CHE SPESSO E' MEGLIO QUELLA DI UNA CLIP MUSICALE CHE NON DI UN VIDEO D'ARTSITA. MA NON SEMPRE. COMUNQUE L'ORTO  OCCIDENTALE E' ORAMAI TROPPO PICCOLO E DEBOLE PER GUARDARE SOLO QUELLO CHE ACCADE IN ITALIA. LEI STESSO POTREBBE CERCARE DI RAGIONARE ALMENO IN TERMINI EUROPEI.

Già lo faccio, anche se partire dall'italia mi sembrava doversoso: è nato anche il numero zeo della versione internazionale: http://wh2.splinder.com/.

 CREDO CHE TUTTI NOI STIAMO ASPETTANDO COSA CI DICE L'ORIENTE,  PER ORA USCITO SOLO COME FENOMENO E NON CON GRANDISSIMI ARTISTI, FATTA ECCEZIONE PER NOMI CONE CAI GUO QUIANG IN CINA O NALINI MALANI IN INDIA. ASPETTO LORO, E' DA Lì CHE ARRIVERA' IL NUOVO, NELLA SCIENZA COME NELL'ARTE.
>
> Su questo non sono d'accordo. Credo che il bagaglio culturale europeo abbiala capacità di innovare più che l'oriente. Questo anche partendo dalle
> rovine e dal nulla. L'oriente mi sembra troppo condizionato da logiche
> prevedibili quali la crescita economica e lo sviluppo commerciale. In
> europa, e in situazioni sospese e difficili come l'italia può nascere uno
> scarto decisivo. Anche rispetto alla sfasatura con il presente di cui parla
> giorgio agamben. Ecco quella sfasatura non ci potrà essere in oriente o in
> india, perchè hanno troppa sete di futuro.

VEDREMO. A ME SEMBRA CHE L'ORIENTE ABBIA MOLTO PASSATO E MOLTO FUTURO. L'ARTE, CHE PIACCIA O MENO, E' SEMPRE STATA LA' DOVE STA LA FINANZA. E I SOLDI OGGI VIAGGIANO VERSO EST. QUANTO ALL'ITALIA, E' UN PAESE VECCHIO PER DARE RISULTATI ECLATANTI, A MENO CHE I  NOSTRI GIOVANI ARTISTI NON VADANO A IBRIDARSI ALTROVE. E' UNA QUESTIONE DI
> OPERE, DI MANIERA DI OPEREARE, DI PROCEDIMENTI DEL FARE E DEL PENSARE, NON DI SISTEMA DELL'ARTE.
>
> L'ibridazione può essere un'arma a doppio taglio. Forse potrebbe essere più fertile esagerare la propria Natura. Questo sarebbe un salto nel vuoto. Ma è di questo che c'è bisogno. L'ibridazione è una strada facile e ruffiana. Che
> probabilmente è già stata percorsa felicemente da molti artisti e non
> (pensiamo anche solo al periodo anni 90-2000).


L'ibridazione presuppone il concetto novecentesco del diverso. Dell'io e dell'altro. Se cìè ibridazione si presuppone ci siano due cose diverse. Sia il razzimso che l'antirazzismo presuppongono una diversità, uno l'accetta l'altro no. I nostri tempi stanno preparando individui realmente uguali, al di là della retorica novecentesca. Per questo non rimane che esasperare noi stessi. E in questo chi ha un background più "fertile" (non migliore o più ricco) ha maggiore opportunità.
>

> Invece credo che in italia manchi la volontà degli operatori. Non è
> questione di strutture inadeguate o mancazna di fondi. Se si vuole è
> possibile portare una mostra itinerante in tutto il mondo a budget limitato
> (per fare un esempio). C' è un problema di volontà e capacità di fare le
> cose, di spendersi credibilmente sulla scena internazionale.

> MA SI RENDE CONTO DEL FATTO CHE SE RAFFAELLO FOSSE RIMASTO A URBINO NON SAREBBE MAI SALITO OLTRE LE SPALLE DI PERUGINO? TUTTO IL NOSTRO RINASCIMENTO, CHE CI SEMRBA ITALIANO MA CHE FU POLINAZIONALE, NASCE DA UNA IBRIDAZIONE FORTISSIMA DI CULTURE, GIACCHE' FIRENZE URBINO ROMA VENEZIA ECCETERA PARLAVANO LINGUE E AVEVANO TRADIZIONI DIVERSE.
PICASSO SAREBBE STATO PICASSO SE NON FOSSE ANDATO DALLA SPAGNA ALLA FRANCIA E POI A GUARDARE L'ARTE AFRICANA?
LEGGA LE LETTERE DEI FUTURISTI, CHE SI INCITANO AD ANDARE A PARIGI, LADDOVE MARINETTI AVEVA RITENUTO NECESSARIO PUBBLICARE LE FIGARO. OGGI IL MONDO E' PIU' GRANDE. IO NON SONO UNA GRANDE VIAGGIATRICE. QUESTA POSIZIONE "TROPPO ITALIANA" MI DA' IL VANTAGGIO PER DIRLE CHE SI DEVE VIAGGIARE, CHE TUTTI I GRANDI HANNO VIAGGIATO.
DARWIN NON AVREBBE SCOPERTO NIENTE SE NON FOSSE STATO ANNI SUL BEAGLE. PERSINO UN TEORICO DEL "CANONE OCCIDENTALE" COME IL CRITICO LETTERARIO HAROLD BLOOM NE CONVIENE.

Io credo che la chiave del secolo che sta iniziando non è il viaggiare. Viaggiare è importante ma in modo funzionale ad uno stato più coraggioso e difficile (viaggiare è un optional, bisogna capire quale sia l'auto di cui stiamo parlando). Pultroppo siamo ancora condizionati da logiche novecentesche. Pensi solo che il "movimento" necessita di un petrolio che sta finendo, ed aumenta il rischio di pandemie. Due sintomi interessanti.

> L'IBRIDAZIONE E' L'ANIMA DELL'AGRICOLTURA, DOVE SI CHIAMA INNESTO, ED E' UNA DELLE CONQUISTE DELL'ESSERE UMANO. MOLTI FORSE ANCHE LEI, ORA SONO SPAVENTATI DA QUANTO CORRE VELOCE QUESTO PROCESSO.

La novità non verrà necessariamente dall'ibridazione. La novità verrà da situazioni esasperate e non banali. Oggi tutti convergono verso l'ibridazione, verso un centro fatto di indiani, computer, pandemie, petrolio alle stelle, cinesi ecc. La novità è essere altrove. E' una situazione più umana, più comoda e più cinica. Io ne ho una chiara idea in mente. Ma potrei sbagliarmi.

> CERTO, WILHELM SASNAL NON COSTERA' PIU' COME NEL 2005, E NEMMENO NEO RAUCH,IL SUO MAESTRO. SIAMO TUTTI IN UNA FASE DI SOSPENSIONE. ED E' ECCITANTE.
>
> Condivido questo "eccitamento". Molti però non hanno chiara la grande
> opportunità che stanno vivendo. Anche i più giovani continuano ostinatamente
> a percorrere le strade dei loro padri. Questo perchè non riescono a
> trasformare la paura-precarietà in una possibilità di rinnovamento e di
> evoluzione. Non crede che il sistema italia debba favorire questo passaggio?
> Paesi come romania o lituania fanno di più (anche partendo dai privati) per
> il sostegno della propria arte. Non è questione di indurre atteggiamenti
> nazionalistici o protezionistici ma capire che l'obiettivo è la formazione e
> valorizzazione degli artisti. Da questo poi discenderà il successo degli
>  operatori che li hanno sostenuti. Invece mi sembra che in italia la priorità sia nel sostegno del contesto, mentre i contenuti sono un pretesto. Cosa ne pensa?


PENSO CHE QUESTE SONO OPINIONI CHE, DA OLTRE UN ANNO E DOPO LA CADUTA DELLA FINANZA INTERNAZIONALE, NON HANNO PIU' SENSO. SI FARA' QUELLO CHE SI POTRA' CON I POCHI SOLDI RESIDUI. IL SISTEMA DELL'ARTE ITALIANO NON PUO' RIMEDIARE IN ALCUN MODO ALLA POSIZIONE DI PERIFERICITA' CHE L'ITALIA SI E' RISERVATA AGENDO MALE NELL'INDUSTRIA, NELLA CULTURA, NEL TERZIARIO, NELL'ISTRUZIONE. SIAMO UN PAESE POVERO, ANCHE SE ABBIAMO IL SETTIMO PIL DEL MONDO. POVERO DI CAPACITA' DI RINNOVAMENTO. E TERRIBILMENTE GIOVANE, DECISAMENTE TROPPO GIOVANE IN FATTO DI DEMOCRAZIA: SESSANT'ANNI NON SONO NIENTE. NON VUOLE CHE PARLIAMO DAVVERO DI CONTENUTI, DI PROCEDIMENTI, DI PENSIERO ARTISTICO E NON DI SISTEMA? QUALI SONO LE OPERE CHE PIACCIONO A LEI? A ME SEMBRA PIU' INTERESSANTE DISCUTERE DI QUESTO.

Non non voglio salvare l'italia o l'arte mondiale. Credo che l'innovazione nell'arte non richieda molti soldi. In italia c'è un sistema superficiale e chiuso che non permette di parlare di opere. Io però ne parlo ugualmente su whitehouse. Ma l'alibi di "parlare dei contenuti" non può evitare un confronto sul sistema. Perchè il sistema stesso influenza i contenuti. Per me buone opere sono quelle che hanno la capacità di mettere in discussione il linguaggio e il ruolo dell'artista. Apprezzo molto Tino Seghal (tanto per fare un nome). Lei invece?

 

Angela Vettese: Quanto a Tino Seghal, come dire che non è bravo? Ma il balletto "this is so contemporary" è sostanzialmente ironia, e io non credo per niente nell'ironia. E' un modo per non prendersi responsabilità. Mi piace di più chi se le assume fino in fondo, le proprie opinioni. Anche attraverso le forme. E allora, se dobbiamo parlare di artisti così noti e supportati da un sistema così forte, concludo dicendole che a me piace Doris Salcedo. Non la ruga che ha scavato nel pavimento della Tate Modern, ma il fatto che non se ne andrà mai. Che non si è mai cicatrizzata. Seghal non crea forme, come molti di coloro che fanno ironia o critica istituzionale. Non basta criticare a tutto spiano, occorre fare, con il coraggio di mettere al mondo  anche opere  formaliste. Non si può più lanciare il sasso e nascondere la mano.

Non darò dei nomi di giovani artisti: praticamente metà degli italiani hanno studiato anche con me alla Ratti (2995-2004), alla Carrara di Bergamo (1993-2000), al CLEACC dell'Università  Bocconi (2000-2007) all'Università Iuav - corsi di Arti Visive (2001-2009); altri sono stati in contatto con la Bevialcqua La Masa nei suoi atelier-residenze o nelle mostre collettive o nelle mostre del cosiddetto "spazio elastico" (2002-2009;) o hanno partecipato al premio Furla (ho partecipato all'ideazione e alle prime tre edizioni): o hanno fatto parte dell'Area Progetto a Modena quando dirigevo la Galleria Civica (2005-2009). Non potrei veramente che parlare che di questi, cosa che potrebbe essere interpretata come disattenzione verso altri. In effetti, conosco in modo più approfondito il lavoro di coloro con cui sono stata in relazione per motivi di studio.

In ogni caso, volutamente non ho mai partecipato a classifiche, nemmeno quelle di Flash Art. Non curo mostre di giovani artisti italiani da tempo, e per molti motivi tra cui la mia continua (e volontaria!) implicazione con il sistema di formazione in Italia, a cui ho sempre cercato di dare un contributo innovativo. Io non sono una critica militante né una curatrice indipendente. A me interessa generare o aiutare a generare incubatori dove i giovani italiani possano trovare un luogo, ripeto, di formazione almeno pari per qualità a ciò che accade in altri paesi del mondo. La mostra in sè, curata da me, il libbricino che li raccoglie e li elenca, la top ten non sono  cose che io disprezzi, ma non mi ci riconosco e non le so fare.


Condivido la necessità di raccogliere la sfida della "forma" e dell'oggetto (l'ho scritto spesso nel blog), questo senza però dimenticare la storia e il tempo in cui viviamo. Di quali forme abbiamo bisogno? E di quali non abbiamo bisogno?
Se la mano che tira il sasso può interferire negativamente con il sasso è meglio tagliarla e darla in pasto a qualcuno. In modo tale che ognuno la possa usare al meglio.


Questo testo è stato volutamente pubblicato con la presenza di refusi e attraverso l'impaginazione che è emersa dallo scambio di posta elettronica tra Angela Vettese e Luca Rossi.
 
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venerdì, 30 ottobre 2009

The Problem Perspective




gino






como2



Ho visitato la recente triplapersonale al palais du tokio a parigi in cui era coinvolta Micol Assael. Apparte la retorica curatoriale di fondare (a detta del curatore stesso laurent grasso) le tre personali, didascalicamente, sull'idea di elettricità. Ma mi chiedo che bisogno ci sia di un curatore per poi produrre progetti didascalici e banali? Forse chiamare direttamente gli artisti, lasciando carta bianca, porterebbe a risultati con un maggiore gradiente di imprevedibilità e qualità.



 
 Queste cose poi ricadono nei contenuti. L'opera di micol soffre di un linguaggio che se non radicalizzato diventa banale. Mi sembra la versione evirata di altre opere di assael. 


E' in corso al new museum di new york una mostra di urs fischer curata da massimiliano gioni (anche lì polemiche su i costi della mostra e su conflitti di interesse curatore-collezionista-museo). Devo dire che ho sempre apprezzato il lavoro di urs fischer. Ha la capacità di commettere sempre un azzardo. Pur non sviando il compito di proporre un 'opera. In questa mostra, in particolare, ho visto opere che in un museo di bari o arezzo sarebbero totalmente diverse. E' come se mancasse una sorta di indipendenza dell'opera dal contesto (fatto di luogi e relazioni). E' come se  il contesto completi l'opera, è particolarmente evidente in questa mostra di fischer. Per questo motivo il centro delle opere di urs fischer non è sull'opera ma è in qualche altro posto. A casa mia? A casa tua? Al new museum? A onor del vero  bisognerebbe far perdere l'equilibrio a queste opere. Sicuramente, in questo momento il new museum è vuoto. Perchè il centro dell'opera non è lì.

Non è ammissibile che oggi la lettura di  un artista si riduca ad una o poche opere. Si deve necessariamente presentare una visione, un universo specifico, un' urgenza. La semplice diffusione  e alfabetizzazione del linguaggio artistico relega molti artisti, semplicemente, ad artigiani del contemporaneo. Intendo l'artista che passa da una buona trovata a quell'altra, senza una coerenza-urgenza di fondo ma solo la necessità di seguire un sentire comune, o le proprie ossessioni private. Per questo credo che il lavoro di urs fischer vada oltre la mostra in un museo. In questo caso però l'esercizio di trasportare le sue sculture argentate in un museo di viterbo o in piazza a como, diventa interessante per una serie di motivi:




fruizione mostra





urs-fischer







gino








vedere un luogo che non c











Notizia "italian open" da una collaborazione tra gallerie private tra torino e olanda:

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=29246&IDCategoria=204

Iniziativa di apertura (che si vageggia da mesi su whitehouse) , che viene dalla collaborazione di due gallerie private (maze e l'olandese, sintomo caratteristico). Una lista di artisti veramente difficilissima da definire, chissà quanto tempo avranno impiegato i SEI CURATORI per scovare questi nomi nuovissimi ed originali. Di cui diversi lavorano ovviamente con la maze (e mi sembra giusto). Ma sei curatori??? E poi, la selezione dopo quale analisi " sincera" della situazione italiana è stata fatta?  Ma vediamo gli artisti:

Micol Assaël
30 anni, brava mi piace, anche se deve mantenere una certa radicalità.
 
Elisabetta Benassi
43 anni, artista un po' tradita dal sistema con alcune soluzioni un po' improbabili (uomini macchina) ma brava anche se parificabile a miliaia di artisti come sensibilità e atteggiamento.


Flavio Favelli
42 anni, bravo, legato alla sua generazione ma con soluzioni più fresche di un certo anemismo colto che ha stancato.
 
Lara Favaretto
 36 anni, buone trovate ma dai suoi esordi non si capisce la sua urgenza di fondo (se pensiamo al culmine del suo intervento alla biennale 2009). Vedo una sorta di "turismo creativo" troppo aperto al relativismo.

Christian Frosi
36 anni, atteggiamento furbo sul collasso dell'immagine, con spruzzatina di approccio formalmente e concettualmente scientifico-naif. Bravo, ma anche lui parificabile a troppi (pericolo turismo creativo).
 
Giuseppe Gabellone
36 anni, sopravvalutato e aiutato moltissimo da bonami (all'inizio) senza troppi motivi noti. Ha sviluppato un idea di gino de dominicis, troppo poco.
 
Piero Golia
35 anni, una cattelan di ritorno, grandi imprese per un piccolo uomo. Bella la sua idea dell'università in un bar di los angeles (lavora con maze)
 
Diego Perrone
39 anni,bravo, anche se ultimamente un po'"artigianizzato". Servirebbe un salto di qualità.
 
Giuseppe Pietroniro
42 anni, parificabile a troppi, buone trovate sparse ma troppo in linea con un sentire già digerito. (lavora con maze)

Arcangelo Sassolino
42 anni, improvvisamente in molti posti, apprezzabile la sua tensione formale, anche se a volte non basta e richiama un radicalismo sul quale bisognerebbe costruire e non compiacersi.






uhm
mi sa che luca rossi non esiste
un eteronimo alla pessoa?
un (auto)fustigatore?
un nuovo divulgatore per vecchie teorie baudrillardiane sulla sparizione dell'arte?
mi piacerebbe vederti continuare
fare il curatore di mostre che non esistono
vorrei fossi il mio curatore
visto che non sono un artista vero.
E scrivi un po' più spesso, per favore.
Con simpatia
g.

 

 

Luca Rossi è solo un' identità sacrificale. Non mi interessa Luca Rossi. Mi vengono in mente quelle lepri posticce da inseguimento, che usano per le corse dei cani. Su exibart continuo a vedere commenti che non ho postato io. Anche flash art ha la sua supposizione. Ma va bene così. Luca rossi non sono io ma siete voi. Non è una frase ad effetto ma è semplicemente vero, visto che continuo a vedere luca rossi rutilanti.

Mi interessa una riflessione sul ruolo e sul linguaggio. Non mi sto nemmeno trastullando con la banale sparizione e smaterializzazione dell'arte. I progetti T293-De Carlo-Sandretto, One Calder, il Senza titolo (la reazione di zero) e la mostra di Giorgio II sono tutti interventi "materiali"e reali. Non sono neanche "critica istituzionale". Non mi interessa polemizzare con nessuno, tanto meno con coloro che considero gli operatori più attendibili del sistema. Il fatto che siano i più attendibili non li rende buoni e giusti. Ma costoro hanno avuto, per lo meno, la costanza e la determinazione per affermare il loro lavoro. Le raccomandazioni e i giochini per autolegittimare loro e i loro amici sono degenerazioni (quasi) inevitabili del potere (anche minimo, come nel caso dell'italia). Si tratta di banalità che non è banale ravvisare e ripetere. Si tratta di avvistare le punte degli iceberg per evitarle, non perderò certo tempo a studiare le reali dimensioni e i pesi degli iceberg. Fatto sta che il sistema italiano gira a vuoto regalando illusioni e delusioni. Non lo dico io ma l'evidenza dei fatti: basta guardare ai nomi "lanciati" tra anni '90 e 2000. Questi giovani e meno giovani artisti si sono rilevati come tronchetti sacrificali per alimentare il fuoco del sistema e della sua autolegittimazione. Un sistema fatto di operatori formatisi professionalmente nella frustrazione e nell'astio, di un clima culturale da democrazia cristiana prima, e da forza italia poi (caso quasi unico nel mondo: nel mondo anglosassone e in paesi come la francia, gli operatori si sono formati in una competizione dura ma serena, nei paesi meno sviluppati si è goduto di un coefficencte esotico, o di operatori emigrati in paesi aglosassoni e sviluppati,  quindi favoriti da un clima fertile). Questa frustrazione degli operatori senior italiani (curatori,critici,artisti, galleristi) viene oggi tramandata alle nuove generazioni in un vortice perverso che rende il sistema italia un'orgia dove non nascono bambini. L'angela vettese è un po' ovunque, e pensi che abbia intenzione di mollare qualcosa da dare a critici e curatori "appassionati" come tagliafierro, menegoi o fassi? Sto corrispondendo via mail con angela vettese e presto dovrei pubblicare un nostro dialogo (è in cantiere anche lo stesso dialogo con Giacinto Di Pietrantonio). Questi operatori senior hanno sofferto,anche inconsciamente e inconsapevolmente, e ora pensano  ad autolegittimarsi e non mollare più una virgola.Non ci sono grandi spazi di manovra per i giovani curatori di buona volontà. I dialoghi-incontri tra curatori ,organizzati recentemente a viafarini ,erano riflessioni anche interessanti ma assolutamente surreali. Il festival di faenza dimostra come in italia si potrebbero fare anche cose complesse e costose. Ma se si guarda bene questo festival serve solo a glorificare e legittimare gli operatori senior che lo organizzano, elargendo denaro a loro amici nazionali e internazionali. In italia, a differenza di molti paesi, non vedo un reale investimento sugli artisti. La politica (lo stesso berlusconismo filo americano) non crede nell'arte e non ci credono neanche gli stessi operatori che ci lavorano. All'estero non sono più virtuosi ma solo più furbi. Gli operatori stranieri si legittimano sostenendo gli artisti (come dovrebbe essere) e non sostenendo se stessi. Poi l'arte contemporanea offre da sempre una scappatoia di gusto. In fondo ogni scelta può essere sostenuta e argomentata. Lo vedo anche nel dialogo con giacinto. In realtà però è evidente un analisi oggettiva dei fatti. Il relativismo diventa,ancora una volta, un'alibi,esattamente come nascondersi dietro un 'italia arretrata e sgarupata.

 

Devo dire che comprendo questi operatori senior che hanno "sofferto" e ora hanno bisogno di restituirci il loro dolore. Ma questo "dolore" ricade anche sulle nuove generezioni che crescono chiuse, complessate ed astiose. Questo è il problema. Questo stato di cose annebbia la vista, e diminuisce la qualità prodotta relegando l'arte contemporanea italiana ad una sorta di linguaggio spuntato e rassicurante. E' interessante come questi operatori senior, del sistema italia, si considerino "progressisti di sinistra" e poi perpetuino dinamiche da "berlusconismo 2000". Penso, per esempio, alle raccomandazioni per accedere al Corso della Fondazione Ratti.Strumento che, ogni anno di più, perde smalto ed efficacia da quell'opportunità utile e interessante che era. Penso all'alleanza galliera zero-rivoli-sandretto. E a tutte quelle scelte prevedibili che si basano sull'amicizia,più che su i contenuti. recentemente antonio grulli ha fatto una mostra dove ha dichiarato di coinvolgere i suoi amici. Questo mi sembra un atteggiamento più intelligente.

 

Ecco vorrei consolare tutti per questo "dolore" con questa dedica:

 

www.youtube.com/watch

Poi ovviamente questo stato di cose non fa che aumentare una certa esterofilia mista a complessi di inferiorità, che l'italia paga verso il mondo. Ed ecco una serie di operatori junior che, negli ultimi anni, sono emigrati per studiare all'estero covando un certo rancore per l'italia. Tutto questo serve a poco o niente visto che l'estero vive anch'esso uno stato di crisi dato da  sovrapproduzione e competizione spietata (soprattutto per gli artisti). Forse sarebbe più utile una riflessione sulle proprie Urgenze e sulla propria Natura in rapporto al contesto contemporaneo. Parlo soprattutto per gli artisti. Che patrizio di massimo , dopo aver studiato a londra, presenti un video alla whitechapel (istituzione londinese anche molto larga di maniche) poco importa. Forse servirà alla T293 per vendere un'opera in più. Ma se guardiamo al lavoro di Di Massimo, ci si perde subito  in un mare di opere/artisti omologhi e interscambiabili (ma di questo hò già approfondito oltre). Il lavoro di Di Massimo è anche ben confezionato concettualmente e formalmente, ma è assolutamente un'opera da artigianato dell'arte contemporanea. E allora che senso ha? C'e il rischio di creare solo degli "artisti peter pan" (eternamente giovanilistici) mantenuti da rendite di nonni e genitori in grandi capitali come berlino, londra o milano.


 
Mi meraviglio che la T293 venga continuamente paragonata alla Zero, quando mi sembra evidente che la prima sia solo la brutta copia della seconda. Affermo questo per tre ordini di ragioni:

1) La galleria Zero ha nella sua "scuderia" un buon numero di artisti italiani, la T293 no.

2) La galleria Zero ha sostenuto gli italiani fin dal primo anno di attività, mentre la T293 con l'avvento di Marco Altavilla ha letteralmente cancellato tutta la sua attività precedente, dando il buon servito ad artisti come: Paolo Gonzato, Marinella Senatore, David Casini, Rossella Biscotti e così continuando, dimostrando una cecità notevole.

3) la galleria Zero risponde sempre dei suoi artisti anche acquistando opere qualora ce ne fossero disponibili. La T293 invece dando il benservito ai su citati artisti, ha dimostrato poca responsabilità nei confronti dei collezionisti che avevano acquistate le loro opere.
utente anonimo
 

 

 Devo dire che hai ragione. La T293 ha voluto "fare in fretta" nel ridisegnarsi come NuovaZero, galleria ggiovane-attiva-intelligente-internazionale. E quindi ha saltato tutto un percorso che Paolo Zani di Zero ha fatto e di cui bisogna sottolinearne il merito.  La notizia che David Casini non lavora più per la T293 mi coglie impreparato, ed è effettivamente triste. Casini è un ottimo esempio della sua generazione. Fa ridere perchè nella T293 ci sono artisti del tutto identici e interscambiabili. David Casini rappresentava una felice "differenziazione" del prodotto. Segno che la differenza, in questa crisi economica e di contenuti, la fanno i curriculum vitae e l'aurea international cool.


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Anche per la Biscotti hanno fatto un grave errore. In questo caso il problema è nel nome (non sto scherzando). "Biscotti" è veramente troppo italiano. Per avere appeal su collezionisti e altro, meglio chiamarsi Nemanja Chenchianovic o Dan Reeees, o meglio ancora Jordan Wolfson. E' molto triste ma è così. Quando i contenuti si appianano, il relativismo e la mediocrità dilagano, un nome troppo italiano può fare la differenza.  Se queste cose fanno indignare, potete intuire l'importanza di ordinare una pizza.



 

 

 

 
 

 




 


postato da: rossiluca alle ore 12:33 | link | commenti | commenti
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giovedì, 29 ottobre 2009


ONE CALDER
a cura di luca rossi



 

one

 

Veduta aerea della mostra One Calder


one calderLa famiglia di Calder è di stampo artistico. Il nonno di Calder, lo scultore Alexander Milne Calder, nacque in Scozia ed immigrò a Philadelphia nel 1868. Il padre, Alexander Stirling Calder, era un noto scultore che ha prodotto molte installazioni pubbliche, per lo più a Philadelphia. La madre di Calder, Nanette Lederer Calder, era una ritrattista professionista che condusse i suoi studi presso l'Académie Julian e presso la Sorbonne a Parigi dal 1888 al 1893. In seguito si spostò a Philadelphia per frequentare l'Accademia delle Arti della Pennsylvania (Pennsylvania Academy of the Fine Arts)[1] , qui incontrò Alexander Stirling Calder e lo sposò il 22 febbraio 1895. Un anno dopo, nel 1896, nasceva la sorella di Calder Margaret “Peggy„ Calder una delle personalità importanti nella fondazione del Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive[2]. Nel 1902, all'età di quattro anni, Calder posò nudo per la scultura del padre The man Cub (il cucciolo dell'uomo) ora ammirabile al Metropolitan Museum of Art a New York. Da questi presupposti e dall’opera The man Cub si parte per definire la mostra collettiva “ONE CALDER” che se riportata/ribaltata in una dimensione italiana diventa “calderone”. Un vortice  dove regna una straziante e lancinante serenità.  Come lo scorrere triste di un finale partita quando tutto sembra inutile e la verità e i reali obbiettivi sono ancora più evidenti e micidiali. L'incontro-scontro di due "mondi" per ottenere solo macerie insignificanti.

Sede espositiva: Zona Ventura, Via Ventura 5 (usciti dalla galleria massimo de carlo a destra e sempre dritto al primo stabile)

 

Inaugurazione: venerdì 15 maggio, ore 17:00

 

(mostra aperta dalle ore 10.00 del 15 maggio)

 

Durata: 15 maggio  –  tendente  all'infinito

 

Orario: orari ufficio

 

Per informazioni al pubblico: housewhite1@gmail.com

 

Artisti invitati: a sorpresa

 

E–mail: housewhite1@gmail.com  
Sito web: http://www.whitehouse.splinder.com
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postato da: rossiluca alle ore 11:15 | link | commenti (3) | commenti (3)
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mercoledì, 28 ottobre 2009

Joker 3







pizzart


 

 Everything You Always Wanted To Know About
Pizza Expectation (But Were Afraid To Ask)

_progetto Galleria Massimo De Carlo-Milano_

 

  Questo nuovo progetto vorrebbe declinare il progetto presentato in maggio presso la Galleria T293. Anche in questo caso gli spettatori e gli utenti di Whitehouse sono invitati a ordinare una pizza (da ogni parte d' Italia) da far recapitare in Via Ventura 5 alle ore 19.00 del 18, 19 o 20 settembre 2009, presso la galleria Massimo de Carlo di Milano. L’operazione non ha alcuna motivazione polemica verso Massimo De Carlo e il suo Staff di cui stimo il costante operato.  

L’arrivo del ragazzo della pizza è un evento “volgare” ma anche estremamente poetico e semplice. Una sorta di incursione benevola da parte di uno sconosciuto. Al contrario la mostra di George Condo, rappresenta una rituale “sotto controllo” che in questo caso dichiara l’approfondimento della parola “Arte”(nel titolo originale della mostra).

L’attesa/aspettativa della pizza, nella sua semplicità, rappresenta un momento carico di piacevolezza ma anche di frustrazione. Una situazione sospesa tra il naturale istinto di sopravvivenza, tra lo stomaco vuoto e l'attesa. Questo progetto vorrebbe contaminare la mostra personale di George Condo per arrivare ad una terza dimensione di significante e significato. Una “terza mostra” pervasa dalla tensione dell’attesa, e poi, probabilmente, dell’arrivo. 

 Il pubblico e gli utenti di Whitehouse, ordinando una pizza, innescano la loro “presenza” e testimoniano la loro Urgenza. Ordinare quella pizza è una gesto semplice ma molto importante. Semplice ma “complesso” allo stesso tempo. Se non arriveranno pizze non sarà assolutamente rilevante. Vorrà dire che nessuno ha quella  determinata Urgenza. Sarà centrale l’attesa delle pizze in quel determinato luogo. L’impostazione vorrebbe essere volutamente “balorda” e oltraggiosa, come un bambino che mette il dito nella torta al cioccolato, quando questa è ancora nella vetrina del pasticcere.








 
 


 


Voglio pensare che abbiamo ancora bisogno di oggetti, video e installazioni. Forse però le cose migliori continuano semplicemente a discendere dai migliori ingredienti del '900. I più giovani, accompagnati in una competizione serrata e precaria, non hanno la possibilità di osare e fallire. Una paese, un continente "per vecchi" sta formando giovani vecchi, nascosti dietro un conservatorismo inconsapevole. E' di ieri la notizia che il progetto di Alberto Garutti (di costruire una piccola sala del museion di bolzano nel giardino di un quartiere periferico, dove esporre a rotazione le opere del museo "centrale") è stata trasformata (così pare) in una project room per i famigerati "giovani artisti". E fin quì bene. Però poi i due giovani hanno applicato la medesima strategia di Garutti che prima di arrivare al suo progetto (com'è nelle sue corde) ha interpellato gli abitanti del quartiere, sviluppando il suo atteggiamento "etico ed amoroso" (sue parole). Gli abitanti del quartiere sono stati invitati a proporre le loro idee da realizzare dentro alla saletta periferica del Museion. Il pericolo è che dietro a questa strategia eticamente corretta, buonista e non criticabille  ci possa essere un vuoto, una paura, una precarietà, e quindi la tentazione di compiacere e di conformarsi. Un atteggiamento protezionistico, conservatore. Mi sembra che Garutti, negli ultimi anni, sia più "giovane" dei giovani che forma (nel suo corso a brera).




illuminante il tuo articolo su flash art
utente di facebook

Ecco, grazie. Illuminare, svegliare. Sicuramente c'è bisogno di dialogare. Ed evitare di perdersi nel relativismo in cui tutto può funzionare. Sfogliando lo stesso numero di flash art, c'è un nuovo spazio per interviste ai giovani artisti (molto meglio delle due righe dei dizionari della giovane arte). Poi ci sono articoli-interviste più grandi, con la stampa dei nomi più grande. Però, in realtà, gli artisti delle interviste grandi e di quelle piccole sono assolutamente parificabili.Perchè un nome è grande e uno è piccolo? Questo stupido esempio per dire che c'è bisogno di uscire da una stagazione che è italiana ma è anche internazionale. In questi giorni sto cercando un confronto con alcuni operatori per evitare di procedere a testa bassa. Trovo molte più difficoltà con i più giovani. Simone Menegoi non da udienza, ancora il silenzio come Paolo Zani (che ho ribattezzato Silente dalla saga di Harry Potter). Non si capisce per quale motivo non ci si possa semplicemente confrontare serenamente. Mi sembra di comunicare con dei baroni universitari da anni '80. Senza che ci sia nessuna motivazione per questo silenzio. Se non la paura. Per caso ho intercettato la mail di Marisa Argentato dei Pennacchio Argentato a cui ho gentilamente posto la mia critica. Nel senso che credo che i pennacchio argentato siano,come tantissimi artisti in questo momento, ottimi artigiani dell'arte contemporanea. Questo non in senso dispregiativo. Seppur hanno iniziato prestissimo (fine anni 90, forse prima) sono giovanissimi, (30 anni) e potrebbero essere semplicemente in una fase di ricerca. E invece no, mi vien da sorridere perchè non si riesce a dialogare.

Ciao,
 
innanzitutto critico ciò in cui vedo una tensione ed una speranza. Ripensando al vostro lavoro, dagli esordi ad oggi, non riesco a definire bene la vostra Urgenza. Ho scritto che mi sembrate una sorta di "jordan wolfson colorato". Manca una posizione critica rispetto  un certo atteggiamento mainstream, fatto di interventi giocosi ed anemici. Il golfo giapponese, i 50 euro nella griglia colora, le magliette, le travi e i palloni da basket. Mi sembra che il rischio sia una sorta di relativismo paralizante, di "turismo creativo" dove ogni opera può essere giustificata e definita facimente a tavolino. Vorrei capire bene cosa vi muove.
luca rossi


Caro Luca,

il tuo approccio non lo definirei da critico ma da paparazzo,  onestamente mi chiedo che cosa muove te.

Penso non abbiamo niente da dirci, scrivi quello che ti pare.

I miei migliori Auguri

Marisa



 
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Bisognerebbe scomparire dai comunicati stampa e apparire davanti a chi li sta scrivendo. Viviamo una fase di prevaricazione del contesto-sistema rispetto all'artista-opera. Inevitabilmente il linguaggio e il ruolo vengono "addomesticati" e conformati. La soluzione più usata, per molti artisti, sembra una slot machine che, tirando la leva, ti comunica l'ennesima citazione colta per sostenere  un lavoro. D'altro canto vediamo percorsi sinceri che però si esauriscono nella celebrazione delle proprie ossessioni, senza una visione che tenga conto del contesto e della storia. Mentre la resa formale viene affidata alla solite soluzioni rassicuranti e stereotipate. Ormai anche il "non accademismo" è stereotipato. Probabilmente ci sono stanze vuote perchè qualcuno ha preso l'opera ed è corso via, fino a dove il fiato lo ha permesso.


 
Non è questione di precipitare nel relativismo in cui tutto influenza l'artista e quindi l'artista vero è una sorta di social network diffuso. In fondo questa dinamica c'è sempre stata. La questione è che oggi, tale dinamica, si incontra con una fase di postproduzione estrema. Non solo i "nuovi artisti" sono DJ che rielaborano il 900 (e qui' ci poteva stare) ma costoro stanno rielaborando gli stessi mix, gli stessi elaborati di ieri. In questo modo la pasta, fatta di farina e acqua, ritorna ad essere farina e acqua. L'appiattimento e l'omologazione dei contenuti costringe, facilita e permette la prevaricazione del sistema. E quindi il curatore che come una chef sceglie gli ingredienti-artisti, l'artista come una sorta di impiegato-burocrate, la strategia e le relazioni di galleria come "materia" delle opere,  eccetera, eccetera. In italia alla prevaricazione e alla postproduzione dobbiamo aggiungere altri due ingredienti fatali: esterofilia e precarietà.

pizza

"Far arrivare le pizze" è solo uno strumento con il quale si decide di abbandonarsi alla perdita di equilibrio. L'immagne quì sopra è critica, non si tratta dell'ennesima "opera" ma di un precipizio, di una crisi.

 
Il linguaggio e il ruolo dell'artista hanno ormai assunto un equilibrio spuntato e asfissiante. Siamo molto vicini al concetto di burocrazia. Ho usato questo strumento per il progetto alla T293 e alla Galleria Massimo De Carlo. Questo senza alcun intento polemico nei confronti delle due gallerie, ma per l'urgenza di un confronto più ampio. 

 
Mi ritorna in mente anche l'articolo colto  e ruffiano di Luca Trevisani sul penultimo flash art. Articolo impeccabile, perfetto, non criticabile. Come si fa a criticare un giovane che dice "Grazie" a Bruno Munari?  Grande figura del 900. Come dire grazie a Obama. C'è questa tensione malsana nel rassicurare e compiacere la platea a partire dai 20-30 anni. Non è questione di essere sempre critico e contrario. Ma un giovane, semmai, potrebbe affrontare le ombre di Munari, le ombre di Garutti. Non i loro "errori" si intenda. Ma le loro questioni irrisolte. Le loro ombre sono le ombre del 900, le ombre che ci hanno portato fin quì. E invece c'è questa urgenza di apparire colti, silenziosi e bravi. Ovviamente abbracciando un relativismo totale dove tutto può funzionare ed essere sostenuto in modo colto. C'è tutta una vita per essere colti. Forse, inconsciamente, si pensa che si sarà artisti solo da giovani e che quindi bisogna fare tutto e subito: colto,saggio, giovane, cool ecc ecc.

E invece i giovani artisti (fino a 40 anni) vivono prima una storicizzazione precoce (per legittimare subito il mercato e la loro fase formativa) e poi una deriva eterneamente "giovanilistica" che li pone nell'oblio dell'illusione e della delusione. Sulla soglia di brera, iuav o istituti vari, il giovane e il suo lavoro sono già statue di sale. Questo può anche andare. Ma viene eliminata una preziosa occasione di crescita del lavoro. Si perde la possibilità di mettersi in discussione, di osare e di fallire. Si diventa burocrati, impiegati di lusso, artigiani concettuali. E' il sistema che guida, non l'artista. Il sistema prevarica e fa sì che l'opera perdi di centralità (le foto sono vuote). Allora l'artista diventa qualcun'altro. E' più artista oggi paolo zani (gestore della galleria zero) che giorgio andreotta calò. Calò alchimizza due buoni ingredienti del 900 (long+matta clark), sperando di arrivare su posizioni proprie, ma è zani che gestisce il contorno, lo chef, il "curatore" in termini sciamanici. Questa cosa succede sempre. La redazione di Mousse e Kaleidoscope diventano gli artisti. Massimiliano Tonelli è un artista. Milovan Farronato è un artista. Eccetera eccetera.  Se la pratica si amplia sinceramente si deve accettare questo. Si parla sempre di più in termini di film: se il regista dirige e scrive un film,l'attore che ruolo ha? L'artista che ruolo ha? La componente autoriale dov'è? Forse bisognerebbe allontanarsi e lavorare su questo vento che avvolge le cose. Mettere in dubbio l'ostinazione-ossessione di mostrare oggetti, di mostrarsi sempre secondo lo stesso linguaggio, prigionieri di un ruolo prevaricato.

In fondo il linguaggio e il ruolo degli artisti è ormai un archetipo debole e standard. La prevaricazione del sistema è quasi inevitabile, e ovviamente, difficilmente "confessabile" per il sistema stesso.


 
(...)se porti avanti fino all'estremo quello che dici, e che io condivido, ne trai le conseguenze: è un sistema malato, che riguarda solo una sparuta elite di persone. se l'arte non riesce a dialogare con un pubblico vasto, allora tanto vale seppellirla. Tu in questo momento stai facendo anche a livello artistico il meglio che oggi si possa fare, perchè manifesti l'assenza (i luoghi dell'arte con le opere cancellate) e l'attesa (l'arrivo delle pizze). Parli del sistema, ma il messaggio si allarga all'intera nostra situazione perché tutti vivono oggi in uno stato di attesa e di assenza di contenuti. Dal momento che entri nel sistema, o ne utilizzi un pezzo, il rischio è che quel senso di attesa e di assenza, che poi è l'attesa di un'epifania e il senso della morte, si concretizzi e finisca lì. Questa credo sia la tua vera scommessa, come mantenere il valore poetico di queste intuizioni senza condensarle in oggetti, fotografie, azioni reali. Sei partito benissimo, io fossi in te non cercherei nessuna gratificazione immediata e continuerei d'istinto come hai fatto finora.(...)
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sabato, 24 ottobre 2009

Joker 4






Un giurato del turner prize 2008 ha dichiarato che l'obiettivo dell'arte non deve necessariamente essere l'innovazione o l'ambizione di creare qualcosa di unico ed originale. Piuttosto l'opera deve invitare ad instaurare un rapporto diverso con la dimensione del tempo (M.Higgs). Intuisco e condivido quello che vuole dire. La mia critica verso gran parte dell'arte italiana e int.le diventa in questo caso l'incapacità di "svegliarci" da una dimensione rassicurante del tempo. Ripeto. Non è solo questione di innovare e di ricercare il "nuovo". Piuttosto di divergere sinceramente attraverso una relazione coraggiosa con la propria Natura.

Il garutti americano è John Baldessari che forma un gran numero di artisti all'Ucla di Los Angeles. Ecco cosa ha recentemente dichiarato: "l'arte si origina dagli insuccessi. Bisogna mettersi alla prova sperimentare, osare. Non dovete rimanere seduti, paralizzati dal terrore di commettere uno sbaglio". Continua spiegando che  l'obiettivo principale di un percorso formativo è quello di demistificare la figura dell'artista: "Gli studenti devono convincersi che l'arte è creata da esseri umani del tutto simili a loro". Dalla stessa inchiesta relativa ai principali master fine arts internazionali (chiamati ironicamente Mother Fucking Artist, l'ennesimo artista del cazzo) emerge una situazione critica dove il grande numero di studenti e la concorrenza fra loro stanno rendendo sempre più difficile la formazione e il consolidamento di "giovani artisti".



(..)
Il sistema italiano con i suoi giri prevedibili e santi protettori ormai lo vedo da lontano e mi fa ridere perché appena metti i piedi fuori ti rendi conto quanto sia inutile e inesistente...
La vera "sfida", se il sistema che attornia l'arte si puo definire tale.. (ma non mi piace tanto l'idea)  é resistere al di fuori... in contesti MOLTO piu aggressivi di quello italiano. Ci sono paesi che si sbattono un sacco per promuovere i loro artisti.. all'estero.. e non parlo del mercato.. non frainterdemi ...ma di strutture istituzionali che agevolano le possibilitá di emergere per gli artisti...
(anche Romania o Lituania fanno molto di piu dell'italia a livello istituzionale! ti garantisco.. a detta di amici rumeni e lituani appunto...). Per non parlare delle vere e proprie macchine da guerra di germania o inghilterra.. anche della francia, ma che secondo me é un caso a parte e a volte é troppo invasiva a livello istituzionale e quindi ne azzera i benefici..
Vabbé un discorso lungo e non voglio annoiarti..
stiamo sicuramente in contatto
 
ciao ciao
DB




In italia ci sono sempre i soliti percorsi e giri prevedibili. C'è una fase formativa di reazione all'accademismo, ma ancora più esposta alla moda e ad un certo accademismo di ritorno. L'area torinese, l'area milano+gamec, l'area veneziana. La compagnia dell'anello (gli italiani che stanno all'estero). E poi alcuni satelliti, gallerie, musei come il mambo e la fondazione civica. Maximacro di Roma. E altri piccoli frammenti. Poi c'è tutta una fascia di qualità che ambisce ad entrare in questi giri prevedibili. Ma che tende a copiare le copie delle copie (pianissimo,norma mangione, ecc ecc).In italia c'è una sorta di microcosmo che risulta essere scollato dalla realtà internazionale. I fatti degli anni 90 hanno determinato una limitatezza di vedute che stiamo pagando oggi. Come ho cercato di spiegare anche sul numero  in uscita di flash art, questa situazione puo diventare potenzialmente esplosiva. Anche a livello istituzionale. Il mambo di bologna, per esempio (e ora anche la fondazione civica di trento) stanno studiando per diventare importanti realtà internazionali. Lo stanno facendo in modo didattico, emulando pedissequamente le migliori situazioni internazionali. Ci sarebbe invece la possibilità di "innovare" e di proporre qualcosa di pesantemente competitivo ed unico. I cinesi, non solo stanno copiando i motorini e le auto della fiat-piaggio, ma le stanno facendo migliori. Nei prossimi anni proporranno auto migliori e al costo di 4000 euro. Quando in europa l'industria dell'auto mantiene una sorta di cartello a 9000 euro come minimo per comprare un auto.

Sono appena tornato da Canton in Cina. C'è un palazzo dove in 2 ore ti consegnano qualsiasi prodotto. Copie perfette di ogni cosa, uguali e migliori degli originali.


 

Volendo rimanere su i contenuti proposti la situazione permane imbarazzante. Esiste questo sito che fornisce una panoramica su quello che accade sulla scena internazionale:

E' evidente come le soluzioni proposte sembrino tigri in gabbia (forse si salva proprio la pittura della abts).  E quindi arriviamo ad una sorta di ikea inquieta ed evoluta.

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ikea design product


vi


In italia c'è un premio e una borsa di studio ogni giorno per "giovani artisti". Marzia Migliora premio cairo, Massimo Grimaldi borsa da 20.000 euro degli amici di Rivoli. Non si capisce quale sostenibilità futura abbiano questi riconoscimenti di carta. Una forma di assistenzialismo simile  a quello conosciuto dall'africa nella seconda metà del 900. Artisti  "giovani" che hanno 35-37 anni., e quindi i veri giovani sono costretti a castrarsi e diventare "vecchi" per potersi difendere. E quindi compiacere e rassicurare tutti, mostrare di essere colti, non osare, stare zitti, pensare alla propia storicizzazione precoce.  "Giovani artisti quarantenni" immersi in una bolla eternamente giovanilistca a discapito di energie realmente "giovani" e divergenti.  Se poi guardiamo le opere precipitiamo. In queso momento si perpetua questo interesse per collages e installazioni fumosi, in bianco e nero e malinconici (area mousseiscope). Molta noia ed artisti parificabili a sfumature della tavolozza. E' il sistema che prevarica e sceglie la sfumatura, l'autorialità è decentrata fuori, in alto e leggermente spostata.  Se si esce dal mainstream si ripercorrono ingredienti del 900. Noia. In questa situazione, si precipita nel relativismo in cui può andare tutto e il contrario di tutto. Basta che sia sostenuto da relazioni "interessanti" e dall'ennesima citazione colta. Bisognerebbe ridefinire "cultura". Come scritto nell'intervista parte I-II-III bisognerebbe "usare le nostre voci ancora". E invece tutti tirano a campare perpetuando una sorta di silenzio colpevole. E' necessaria una riflessione sul linguaggio. Sul ruolo, sul format. Si può fare molto con poco. E invece tutti perpetuano un certo "individualimso sterile". Molti operatori del mondo dell'arte, che  semmai si iscrivono al guppo "uccidiamo berlusconi", nel loro piccolo, non si comportano molto diversamene da berlusconi. Questo per ravvisare un certo atteggiamento omertoso e strisciante, che noto maggiormente nei giovani rispetto agli operatori senior. Un certo conservatorismo reazionario, usato quasi per salvarsi da una  precarietà e una paura generale. Una forma di "giovane burocrazia intellettuale" che nasce nella castrazione e nella frutrazione di un paese per vecchi che forma "giovani vecchi". Permalosi e pretenziosi senza motivo.




 

 Tra le  critiche al blog le due minimamente argomentate sono: il blog giudica e fornisce valore in base agli stessi criteri del sistema che critica; in realtà molti artisti italiani emersi a fine anni ’90 sono oggi “consolidati internazionalmente” e quindi il sistema funziona.

 

Per il primo punto: giudico il sistema che critico il migliore possibile e i suoi criteri i migliori possibili (frase scritta a metà giugno 2009), non ci sono altri "sistemi reali" con cui confrontarsi, e quindi tra i sistemi reali è il migliore (gli ideali sarebbero meglio ma non mi interessano, non essendo reali). Inoltre per far capire ai matti che sono matti bisogna  accettare il loro mondo. Poi ritengo alcuni criteri di legittimazione del sistema (con il quale legittima tendenze di gusto e di mercato) potenzialmente efficaci (es. vincita premio furla, corso ratti, personale alla sandretto, collaborazione con zero, partecipazioni a importanti mostre internazionali eccetera). Ritengo quindi molto grave (e quindi li considero e ne tengo conto) che tali criteri vengano usati in modo inefficace, ripiegandosi sulle medesime scelte sterili.

 

Per il secondo punto: Il sistema monopolistico che critico potrebbe essere definito come una casta solidale in cui gli operatori si legittimano vicendevolmente in un circolo di autoreferenzialità. Questa dinamica è presente in ogni paese dove esiste un sistema maturo dell’arte contemporanea (praticamente solo stati uniti ed europa) e riveste un ruolo fondamentale per creare “valore”. Per una serie di specificità (precarietà, paura, complessi di inferiorità, mancanza di coefficiente esotico, esterofilia, apatia) in Italia tale “casta monopolistica” vive uno stato degenerativo in cui manca un confronto critico serio (anche duro), permane un’omologazione delle scelte e dei contenuti e non si riesce a supportare in modo credibile gli artisti italiani in un contesto internazionale. Luca Cerizza sostiene che esistono dati che provano il consolidamento degli artisti italiani all’estero. E’ chiaro che anche l’italia (in quanto sistema economico che paga) ha una quota di diritto nelle classifiche internazionali degli artisti. Questi sono solo contentini che vengono elargiti al sistema di musei, fiere e gallerie italiane. La realtà dei fatti è che gli artisti italiani (apparte 3-4 eccezioni partite dall'estero) rivestono un ruolo di assoluti comprimari o tappa buchi. Questo è dovuto anche ad una mancanza di contenuti di qualità. Molti artisti sono dei surrogati, delle copie ,delle declinazioni di artisti originari già affermati. Allora perché scegliere una copia della copia? Prova ne sia che gli stessi curatori italiani che operano all’estero scelgono l’italia in modo schizzinoso e con la paura di passare per il solito italiano bamboccione che torna sempre al “natio borgo selvaggio”. Discorso a parte va fatto per le grandi mostre internazionali ospitate in italia (ultimamente triennale di torino, manifesta, biennale). In questo caso la casta solidale propone una lista, e il curatore straniero di turno sceglie da questa lista in base alle reali esigenze della mostra. Anche in questo caso si tratta di "quote rosa" ,di un contentino che il curatore straniero (pagato con soldi italiani) deve assolutamente dare all’italia. 

Ma cosa fornisce valore all'opera d'arte nel 2009? Nella realtà dei fatti sicuramente il "dove" avviene l'opera. L'opera in senso cristiano è anche la "missione". Io credo che bisogna chiedersi come ogni "opera" si ponga  rispetto alla storia dell'arte e con al "concetto di tempo". Siamo ad un punto in cui anche i giri prevedibili del sistemino italiano non servono più. Alcuni giochini andavono bene negli anni 90. Ora c'è uno scricchiolio sempre più evidente.

 

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vedere un luogo che non c

 

 

 

 

 Senza titolo (la reazione di zero)
 

immagine digitale modificata, macchina computer, schermo computer, eliminazione indotta di tutte le opere dal sito della Galleria Zero e conseguente presenza sul sito dei soli curriculum viate degli artisti, 2009.

 

 

 

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Intervento per Viva l'Italia (biennale di venezia 1972/pimpa project)













 


 











 
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giovedì, 22 ottobre 2009

"Usando le nostre voci ancora"



(...)se porti avanti fino all'estremo quello che dici, e che io condivido, ne trai le conseguenze: è un sistema malato, che riguarda solo una sparuta elite di persone. se l'arte non riesce a dialogare con un pubblico vasto, allora tanto vale seppellirla. Tu in questo momento stai facendo anche a livello artistico il meglio che oggi si possa fare, perchè manifesti l'assenza (i luoghi dell'arte con le opere cancellate) e l'attesa (l'arrivo delle pizze). Parli del sistema, ma il messaggio si allarga all'intera nostra situazione perché tutti vivono oggi in uno stato di attesa e di assenza di contenuti. Dal momento che entri nel sistema, o ne utilizzi un pezzo, il rischio è che quel senso di attesa e di assenza, che poi è l'attesa di un'epifania e il senso della morte, si concretizzi e finisca lì. Questa credo sia la tua vera scommessa, come mantenere il valore poetico di queste intuizioni senza condensarle in oggetti, fotografie, azioni reali. Sei partito benissimo, io fossi in te non cercherei nessuna gratificazione immediata e continuerei d'istinto come hai fatto finora.(...)
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lunedì, 12 ottobre 2009

Fondazione Civica di Trento, 9 ottobre 2009.

Whitehouse and Giorgio II- 9 aprile/9 ottobre
Celebration,Institution,Critique

a cura di luca rossi


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"...alla fine ti devo ringraziare per avermi messo così tanti dubbi sul mio lavoro e su chi mi propone di gestirlo. e' stato assolutamente sano, anche doloroso."
 
Giorgio Andreotta Calò
















 
 

SILENCE




FRUIZIONE MOSTRA


corollario






Intervista pubblicata sul catalogo della mostra Viva L'Italia (Astuni Public Studio, 02/10/09).

Fabio Cavallucci: Luca Rossi polemista e Luca Rossi artista: in questa occasione vorrei affrontare solo il primo aspetto della tua personalità. Da alcuni mesi hai avviato un "attacco mediatico" al sistema dell'arte italiano attraverso commenti nei siti artistici e sul tuo blog in cui distribuisci stroncature, riveli accordi di gruppi di potere, castighi direttori, curatori e artisti. Qual è il tuo fine?

 

Luca Rossi: La mia “azione” non si pone obbiettivi specifici, come potrebbe fare un adulto, ma agisce secondo le dinamiche di gioco del bambino. E' un'urgenza quotidiana che non è mossa da programmi ed ideologie ma dal semplice bisogno di “giocare”. Lo sviluppo del gioco, urgente e necessario, definirà naturalmente gli obbiettivi.

 

FB: Quali obbiettivi si stanno definendo?

 

LR: In linea di massima sarei interessato nel definire un contesto critico reale, dove l’operato di ognuno possa essere messo in discussione e migliorato. La mancanza di tale contesto è un grave carenza per il sistema italia. (...)

 

 (...)

 

FB: Pensi che sia sufficiente un contesto critico più efficace per migliorare le cose?

 

LR: Mai come oggi la critica d’arte, l’economia dell’arte e l’arte stessa vivono una profonda correlazione. Per questo la definizione di un contesto critico è solo un aspetto. E’ necessaria un'azione fluida che sia in grado di agire criticamente ma anche "artisticamente", attraverso proposte concrete.

 

- Potremo definire il tuo lavoro istitutional critic come una forma di arte finalizzata a criticare il sistema e le sue istituzioni?

Credo che ogni opera d’arte di qualità abbia la capacità di agire a 360°, e su ogni piano d’azione. Per questo non mi limiterei nel definire il mio lavoro istitutional critic. Molte volte anche la critica d’arte più pura e priva di connotazioni artistiche può avere ricadute inaspettate.

- Puoi farci un esempio?

Ultimamente  Giorgio Andreotta Calò (freschissima promessa del sistema italia) mi scrive che la mia operazione lo ha stimolato a mettere profondamente in discussione il suo lavoro artistico e la  gestione del lavoro stesso. Mi piace pensare di aver agito artisticamente, e non solo criticamente, fino a "modificare" il suo lavoro. Sono stato "critico" ma anche "artista" nella misura in cui ho contribuito a determinare le sue scelte e le sue opere. In questi sei mesi di attività (dal 9 aprile al 9 ottobre)  si è verificato uno sfasamento tra il progetto che Giorgo Andreotta Calò avrebbe potuto presentare a Trento e quello che  ha presentato effettivamente. Tale sfasamento sarà invisibile ma assolutamente presente nelle opere di Giorgio e  nel contesto  che ospiterà la mostra (relazioni, persone, parole). Tanto è vero che è stata installata una sorta di mostra di un ipotetico "giovane artista morto" (Eva Fabbris).
 

 - Non sappiamo chi sei. Ma dalla tua verve si capisce che sei un giovane pieno di energia che vorrebbe cambiare il mondo. Vuoi cambiare il mondo?

 Non avevo mai pensato di cambiare il mondo. Però sono convinto che l’arte contemporanea possa essere definita come una sorta di studio “pre-vita” che possa avvolgere e sfiorare il “domani”. Quindi una materia molto eccitante.

 - Cosa secondo te non funziona nel sistema dell'arte italiano? E' solo una questione di struttura o c'è anche un problema di qualità?

Non credo che sia un problema di strutture inadeguate o arretrate. Le cose partono dal metodo e dalle capacità delle persone. In Italia gli operatori del sistema scelgono strategie che  risultano svantaggiose per tutti, e questo ricade inevitabilmente sulla qualità. I giovani artisti vengono idolatrati e costretti ad una storicizzazione immediata mentre gli artisti mid-career tendono ad essere dimenticati. Ovviamente questo è un discorso generale, ma si potrebbe facilmente entrare nello specifico.

-Potresti definire velocemente queste strategie “inefficaci”?

Il sistema dell'arte italiano vive alcune dinamiche fisiologiche che troviamo anche in altri paesi e nel sistema internazionale. (...)
 La cosa interessante è che tutta questa situazione che ho cercato di delineare velocemente, potrebbe essere ribaltata in un momento, se ci fosse il coraggio di perseguire sinceramente le proprie Urgenze e la propria Natura. Non mi riferisco solo al sistema dell’arte consolidato, ma anche alla fase formativa destinata ai più giovani. Non è questione di un’Italia “sgaruppata” e con programmi non aggiornati. E’ questione di volontà. Nel 2009, in Italia, quando le cose si vogliono fare bene, si riescono a fare bene. Molte volte la stereotipo di arretratezza dell'Italia viene usato, ad ogni livello, come alibi per la propria incapacità ed inettitudine.

 - Perchè questo interesse sul sistema dell'arte italiano. Non ritieni che oggi per avere una visione completa occorra uno sguardo anche al panorama internazionale?

 
Nella mia azione ho sempre avuto una visione d’insieme. Com’è prevedibile, credo che sia fondamentale analizzare il sistema Italia in rapporto alla scena internazionale. Spesso ho preso in considerazione il sistema internazionale, che in questa fase congiunturale, vive le stesse dinamiche di saturazione e sovrapproduzione che investono l’Italia. In questa fase, oltre ad una turbolenza economica vediamo una crisi di contenuti che vengono sovraprodotti ed appiattiti. Il benessere economico, che ha caratterizzato la seconda parte del 1900, ha determinato la nascita di un esercito di artisti giovani e  meno giovani. Negli ultimi anni anche i migliori master internazionali (Master Fine Arts, ribattezzati Mother Fucking Artist, l’ennesimo artista del cazzo) stanno arrancando, nel tentativo di sostenere le carriere post-diploma dei loro studenti. Lo stesso mercato internazionale dell’arte si sta riposizionando su artisti maggiormente consolidati, allontanandosi da giovani artisti troppo prevedibili e interscambiabili.

 - Intendevo dire se non ritieni che divulgare le tue analisi solo in lingua italiana non finisca per ridurne la portata critica... In Italia possono esserci problematiche particolari, ma in fondo mi pare che l'evoluzione del sistema porti sempre più verso una similarità con quello internazionale.

 

La mia apertura sulla scena internazionale sta prevedendo anche la traduzione in inglese. Questa prima fase "italiana" è propedeutica a quella "internazionale". C'è sicuramente una forte similarità con il sistema internazionale ma alcune particolari dinamiche italiane sono imprescindibili per l'analisi del sistema italia.

 

-Perché preferisci mascherarti dietro una figura virtuale. Non ritieni più onesto esporti in prima persona?

 

Non mi sembra di avere un grande maschera virtuale. Luca Rossi è evidentemente un'errore. Non è interessante. Su internet prolificano i siti web e i commenti firmati Luca Rossi.  Potremo essere tutti, potenzialmente, Luca Rossi come identità sacrificale o vittima predestinata. Ogni supposizione su Luca Rossi è giusta.  Si tratta di una lepre che tutti stanno inseguendo, senza capire che fissandosi ossessivamente sul "chi è Luca Rossi?" si diventa solo "cani da inseguimento" destinati a correre in un ovale per il piacere altrui. Si tratta di un'identità fuori controllo, che compie l'azzardo di affidarsi a chiunque. Piuttosto che le personalità monolitiche, a cui ci ha abituato il Novecento, mi sembra più interessante un’identità “balorda” e fasulla che possa frammentarsi in tanti anonimi cloni. La mia vera identità sarebbe solo un’interferenza anacronistica, concettualmente vecchia e noiosa. L’onestà la troviamo  nel procedere sinceramente seguendo le proprie urgenze, ed è esattamente quello che sto facendo. Mi sembra molto più disonesto, verso il sistema dell’arte e il pubblico, abbandonarsi a sterili giochini di potere, o continuare a proporre  soluzioni conformiste e reazionarie facendole passare per  innovative e progressiste.







A Milano, in zona Ventura dovrebbe ancora essere aperta la mostra One Calder. Una mostra basata unicamente sull'informazione di recarsi in un determinato luogo. Un luogo pieno. Quasi detriti del fiume di ieri, di questi ultimi anni. Nel mercato finanziario le informazioni creano "valore".

In questi ultimi anni uno degli antidoti alla saturazione e sovrapproduzione si è rivelato un certo nichilismo, come negazionismo dell'immagine, dell'opera e dell'artista. Se non posso aggiungere nulla, preferisco togliere. Questa strategia però, in ultima analisi, si rivela iporcrita perchè regolata alle medesime regole novecentesche. Ciò nonostante sembra una delle uniche vie che ha avuto senso praticare. Confucio diceva "negare è amare", mentre Guglielmo Marconi (è conosciuto per aver sviluppato un sistema di
telegrafia senza fili via onde radio che ottenne una notevole diffusione: evoluzioni di tale sistema portarono allo sviluppo dei moderni metodi di telecomunicazione come la televisione, la radio, il telefono cellulare, i telecomandi, e in generale tutti i sistemi che utilizzano le comunicazioni senza fili) come fondatore di una "comunicazione nuova" sosteneva che comunicare implica una perdita di informazioni, una negazione di informazioni. Senza tale negazione non avrebbe senso comunicare.

Vorrei sempre parlare delle medesime persone come fossero la cartina tornasole per l'analisi di un fiume. Non mi interessa avere una conoscenza totale e approfondita, piuttosto puntuale ed utile. Oggi per essere colti basta effettuare una veloce ricerca su internet. Le citazioni di Marconi e Confucio sono assolutamente fasulle ma pertinenti al discorso.

In questi specifici mesi la professionalizzazione nel sistema dell'arte toglie ossigeno al linguaggio. C'è una sindrome "ikea evoluta" che è già stata superata dalla realtà.


video about an international solo show

ikea design product


Ovviamente il sistema stesso non ha interesse nel dire che il re è nudo. La cosa stupida è che non stiamo parlando della fine di niente, non stiamo parlando della morte. Il sistema può consolarsi.

Prossimamente pubblicherò un lungo blob chiamato "I Giacinti Rossi" nato da un dialogo "botta e risposta" con Giacinto Di Pietrantonio. Affronteremo anche il caso della recente opera pro emergency di Massimo Grimaldi acquistata dal museo Maxi di Roma:

Il Centro pediatrico di Juba, che fornirà assistenza pediatrica gratuita e sarà dotato di un ambulatorio per la diagnosi delle cardiopatie nei bambini e negli adulti, sarà costruito utilizzando il 92% del compenso previsto dal bando di concorso
(ovvero € 643.800). Il reportage fotografico che documenterà l'inizio della sua operatività è quindi una conseguenza della sua costruzione.





 

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Intervento per Viva l'Italia (biennale di venezia 1972/pimpa project)













 


 












vedere un luogo che non c

 

 

 

 

 Senza titolo (la reazione di zero)
 

immagine digitale modificata, macchina computer, schermo computer, eliminazione indotta di tutte le opere dal sito della Galleria Zero e conseguente presenza sul sito dei soli curriculum viate degli artisti, 2009.


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 

 

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Veduta aerea della mostra One Calder


one calderLa famiglia di Calder è di stampo artistico. Il nonno di Calder, lo scultore Alexander Milne Calder, nacque in Scozia ed immigrò a Philadelphia nel 1868. Il padre, Alexander Stirling Calder, era un noto scultore che ha prodotto molte installazioni pubbliche, per lo più a Philadelphia. La madre di Calder, Nanette Lederer Calder, era una ritrattista professionista che condusse i suoi studi presso l'Académie Julian e presso la Sorbonne a Parigi dal 1888 al 1893. In seguito si spostò a Philadelphia per frequentare l'Accademia delle Arti della Pennsylvania (Pennsylvania Academy of the Fine Arts)[1] , qui incontrò Alexander Stirling Calder e lo sposò il 22 febbraio 1895. Un anno dopo, nel 1896, nasceva la sorella di Calder Margaret “Peggy„ Calder una delle personalità importanti nella fondazione del Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive[2]. Nel 1902, all'età di quattro anni, Calder posò nudo per la scultura del padre The man Cub (il cucciolo dell'uomo) ora ammirabile al Metropolitan Museum of Art a New York. Da questi presupposti e dall’opera The man Cub si parte per definire la mostra collettiva “ONE CALDER” che se riportata/ribaltata in una dimensione italiana diventa “calderone”. Un vortice  dove regna una straziante e lancinante serenità.  Come lo scorrere triste di un finale partita quando tutto sembra inutile e la verità e i reali obbiettivi sono ancora più evidenti e micidiali. L'incontro-scontro di due "mondi" per ottenere solo macerie insignificanti.

Sede espositiva: Zona Ventura, Via Ventura 5 (usciti dalla galleria massimo de carlo a destra e sempre dritto al primo stabile)

 

Inaugurazione: venerdì 15 maggio, ore 17:00

 

(mostra aperta dalle ore 10.00 del 15 maggio)

 

Durata: 15 maggio  –  tendente  all'infinito

 

Orario: orari ufficio

 

Per informazioni al pubblico: housewhite1@gmail.com

 

Artisti invitati: a sorpresa

 

E–mail: housewhite1@gmail.com  
Sito web: http://www.whitehouse.splinder.com
/















pizzart

 

 Everything You Always Wanted To Know About Pizza Expectation (But Were Afraid To Ask)

_progetto Galleria Massimo De Carlo-Milano_




  Questo nuovo progetto vorrebbe declinare il progetto presentato in maggio presso la Galleria T293. Anche in questo caso gli spettatori e gli utenti di Whitehouse sono invitati a ordinare una pizza (da ogni parte d' Italia) da far recapitare in Via Ventura 5 alle ore 19.00 del 18, 19 o 20 settembre 2009, presso la galleria Massimo de Carlo di Milano. L’operazione non ha alcuna motivazione polemica verso Massimo De Carlo e il suo Staff di cui stimo il costante operato.  

L’arrivo del ragazzo della pizza è un evento “volgare” ma anche estremamente poetico e semplice. Una sorta di incursione benevola da parte di uno sconosciuto. Al contrario la mostra di George Condo, rappresenta una rituale “sotto controllo” che in questo caso dichiara l’approfondimento della parola “Arte”(nel titolo originale della mostra).

L’attesa/aspettativa della pizza, nella sua semplicità, rappresenta un momento carico di piacevolezza ma anche di frustrazione. Una situazione sospesa tra il naturale istinto di sopravvivenza, tra lo stomaco vuoto e l'attesa. Questo progetto vorrebbe contaminare la mostra personale di George Condo per arrivare ad una terza dimensione di significante e significato. Una “terza mostra” pervasa dalla tensione dell’attesa, e poi, probabilmente, dell’arrivo. 

 Il pubblico e gli utenti di Whitehouse, ordinando una pizza, innescano la loro “presenza” e testimoniano la loro Urgenza. Ordinare quella pizza è una gesto semplice ma molto importante. Semplice ma “complesso” allo stesso tempo. Se non arriveranno pizze non sarà assolutamente rilevante. Vorrà dire che nessuno ha quella  determinata Urgenza. Sarà centrale l’attesa delle pizze in quel determinato luogo. L’impostazione vorrebbe essere volutamente “balorda” e oltraggiosa, come un bambino che mette il dito nella torta al cioccolato, quando questa è ancora nella vetrina del pasticcere.

 

 


 

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Watching Calder Videos Dry and Pizza with Simon

_progetto Galleria T293-Napoli_








Inaugurazione: venerdì 22 maggio 2009, ore 19.00
Periodo: 23 maggio - 30 giugno, 2009
T293, Via Tribunali 293 – 80138, Napoli, Italia
T  
  +39 (0)81 295882    F +39 (0)81 2142210
info@t293.itwww.t293.it
Orari: martedì – sabato, 12.00-19.00

 

 

 

Questo nuovo progetto presentato presso la galleria T293 vuole essere l'ideale continuazione di ONE CALDER (in corso, via ventura 5, milano). In questo caso viene chiesta la collaborazione dei lettori di WHITEHOUSE: una semplice telefonata da qualsiasi parte d'Italia al fine di ordinare una pizza margherita. La pizza dovrà essere consegnata in qualsiasi momento durante gli orari di apertura della mostra presso la galleria T293 in via dei Tribunali 293. Si potranno individuare i numeri di telefono delle pizzerie direttamente su google.com digitando: pizzeria asporto napoli. Viene proposto di reagire concretamente ad un'urgenza. Eseguire quella telefonata risulta fondamentale per testimoniare tale urgenza a voi stessi.
 

Anche in questo caso, come in ONE CALDER,  la temperatura e l'atmosfera della progetto espositivo sono assolutamente specifici a quella determinata situazione e indescrivibili. Una "mostra personale di un giovane artista straniero", che rappresenta uno standard rassicurante, incontra una dinamica più fluida per poi definire una terza dimensione di significato e significante.

 Il progetto non vuole assolutamente sollevare alcuna polemica o scontro verso la galleria T293 e il suo staff.
 

 

 Un bigliettino trovato in un bar
"Le Dieci Fasi dell'Ubriachezza umana"
0.Sobrio
1.Spiritoso e Affascinante Parte I
2.Ricco e Potente
3.Benevolo
4.Chiaroveggente
5.Vaffaculo alla Cena
6. Patriottico
7. Metti in moto l'Enola Gay
8. Spiritoso e Affascinante Parte II
9. Mangiare la pizza
10.A Prova di Proiettile
 

 

 

Potete individuare i numeri di pizzerie da asporto a napoli direttamente su google.com. Il consiglio è quello di non fermarsi alla prima pizzeria da asporto che si incontra ma di cercare un minimo digitando sul motore di ricerca: pizzeria asporto napoli.

 






 

postato da: rossiluca alle ore 18:52 | link | commenti (7) | commenti (7)
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lunedì, 05 ottobre 2009





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intervento per Viva l'Italia (biennale di venezia 1972-pimpa project)





 










vedere un luogo che non c

 

 

 

 

 Senza titolo (la reazione di zero)
 
immagine digitale modificata, macchina computer, schermo computer, eliminazione indotta di tutte le opere dal sito della Galleria Zero e conseguente presenza sul sito dei soli curriculum viate degli artisti, 2009.
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Everything You Always Wanted To Know About Pizza Expectation (But Were Afraid To Ask)

_progetto Galleria Massimo De Carlo-Milano_

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Questo nuovo progetto vorrebbe declinare il progetto presentato in maggio presso la Galleria T293. Anche in questo caso gli spettatori e gli utenti di Whitehouse sono invitati a ordinare una pizza (da ogni parte d' Italia) da far recapitare in Via Ventura 5 alle ore 19.00 del 18, 19 o 20 settembre 2009, presso la galleria Massimo de Carlo di Milano. L’operazione non ha alcuna motivazione polemica verso Massimo De Carlo e il suo Staff di cui stimo il costante operato.

 


 

L’attesa/aspettativa della pizza, nella sua semplicità, rappresenta un momento carico di piacevolezza ma anche di frustrazione. Una situazione sospesa tra il naturale istinto di sopravvivenza, tra lo stomaco vuoto e l'attesa. Questo progetto vorrebbe contaminare la mostra personale di George Condo per arrivare ad una terza dimensione di significante e significato. Una “terza mostra” pervasa dalla tensione dell’attesa, e poi, probabilmente, dell’arrivo. 

 

L’arrivo del ragazzo della pizza è un evento “volgare” ma anche estremamente poetico e semplice. Una sorta di incursione benevola da parte di uno sconosciuto. Al contrario la mostra di George Condo, rappresenta una rituale “sotto controllo” che in questo caso dichiara l’approfondimento della parola “Arte”(nel titolo originale della mostra).

 Il pubblico e gli utenti di Whitehouse, ordinando una pizza, innescano la loro “presenza” e testimoniano la loro Urgenza. Ordinare quella pizza è una gesto semplice ma molto importante. Semplice ma “complesso” allo stesso tempo. Se non arriveranno pizze non sarà assolutamente rilevante. Vorrà dire che nessuno ha quella  determinata Urgenza. Sarà centrale l’attesa delle pizze in quel determinato luogo. L’impostazione vorrebbe essere volutamente “balorda” e oltraggiosa, come un bambino che mette il dito nella torta al cioccolato, quando questa è ancora nella vetrina del pasticcere.
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Watching Calder Videos Dry and Pizza with Simon

_progetto Galleria T293-Napoli_

Inaugurazione: venerdì 22 maggio 2009, ore 19.00
Periodo: 23 maggio - 30 giugno, 2009
T293, Via Tribunali 293 – 80138, Napoli, Italia
T   +39 (0)81 295882   F +39 (0)81 2142210
info@t293.itwww.t293.it
Orari: martedì – sabato, 12.00-19.00

 

 

Questo nuovo progetto presentato presso la galleria T293 vuole essere l'ideale continuazione di ONE CALDER (in corso, via ventura 5, milano). In questo caso viene chiesta la collaborazione dei lettori di WHITEHOUSE: una semplice telefonata da qualsiasi parte d'Italia al fine di ordinare una pizza margherita. La pizza dovrà essere consegnata in qualsiasi momento durante gli orari di apertura della mostra presso la galleria T293 in via dei Tribunali 293. Si potranno individuare i numeri di telefono delle pizzerie direttamente su google.com digitando: pizzeria asporto napoli. Viene proposto di reagire concretamente ad un'urgenza. Eseguire quella telefonata risulta fondamentale per testimoniare tale urgenza a voi stessi.

Anche in questo caso, come in ONE CALDER,  la temperatura e l'atmosfera della progetto espositivo sono assolutamente specifici a quella determinata situazione e indescrivibili. Una "mostra personale di un giovane artista straniero", che rappresenta uno standard rassicurante, incontra una dinamica più fluida per poi definire una terza dimensione di significato e significante.

Il progetto non vuole assolutamente sollevare alcuna polemica o scontro verso la galleria T293 e il suo staff.

Potete individuare i numeri di pizzerie da asporto a napoli direttamente su google.com. Il consiglio è quello di non fermarsi alla prima pizzeria da asporto che si incontra ma di cercare un minimo digitando sul motore di ricerca: pizzeria asporto napoli.


 

 

Un bigliettino trovato in un bar
"Le Dieci Fasi dell'Ubriachezza umana"
0.Sobrio
1.Spiritoso e Affascinante Parte I
2.Ricco e Potente
3.Benevolo
4.Chiaroveggente
5.Vaffaculo alla Cena
6. Patriottico
7. Metti in moto l'Enola Gay
8. Spiritoso e Affascinante Parte II
9. Mangiare la pizza
10.A Prova di Proiettile

 

 

 

 

 

 

 

 

one

 

 Veduta aerea della mostra One Calder


one calderLa famiglia di Calder è di stampo artistico. Il nonno di Calder, lo scultore Alexander Milne Calder, nacque in Scozia ed immigrò a Philadelphia nel 1868. Il padre, Alexander Stirling Calder, era un noto scultore che ha prodotto molte installazioni pubbliche, per lo più a Philadelphia. La madre di Calder, Nanette Lederer Calder, era una ritrattista professionista che condusse i suoi studi presso l'Académie Julian e presso la Sorbonne a Parigi dal 1888 al 1893. In seguito si spostò a Philadelphia per frequentare l'Accademia delle Arti della Pennsylvania (Pennsylvania Academy of the Fine Arts)[1] , qui incontrò Alexander Stirling Calder e lo sposò il 22 febbraio 1895. Un anno dopo, nel 1896, nasceva la sorella di Calder Margaret “Peggy„ Calder una delle personalità importanti nella fondazione del Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive[2]. Nel 1902, all'età di quattro anni, Calder posò nudo per la scultura del padre The man Cub (il cucciolo dell'uomo) ora ammirabile al Metropolitan Museum of Art a New York. Da questi presupposti e dall’opera The man Cub si parte per definire la mostra collettiva “ONE CALDER” che se riportata/ribaltata in una dimensione italiana diventa “calderone”. Un vortice  dove regna una straziante e lancinante serenità.  Come lo scorrere triste di un finale partita quando tutto sembra inutile e la verità e i reali obbiettivi sono ancora più evidenti e micidiali. L'incontro-scontro di due "mondi" per ottenere solo macerie insignificanti.

Sede espositiva: Zona Ventura, Via Ventura 5 (usciti dalla galleria massimo de carlo a destra e sempre dritto al primo stabile)

 

Inaugurazione: venerdì 15 maggio, ore 17:00

 

(mostra aperta dalle ore 10.00 del 15 maggio)

 

Durata: 15 maggio  –  tendente  all'infinito

 

Orario: lunedì – sabato ore 09:00 / 18:00

 

Per informazioni al pubblico: housewhite1@gmail.com

 

Artisti invitati: a sorpresa

 

E–mail: housewhite1@gmail.com   Sito web: http://www.whitehouse.splinder.com/

Il 15 maggio 2009 è stata inaugurata una mostra non comune, organizzata con modalità non tradizionali. La mostra One Calder proseguirà per un tempo indefinito, e gli stessi artisti partecipanti sono un  gruppo indefinito e variabile che ha caratterizzato la scena artistica italiana (e non solo) negli ultimi 15 anni. La scelta del luogo della mostra e degli artisti si basa su un ricordo sfuocato del curatore. La particolarità della mostra collettiva è stata quella di essere “già pronta”, di essere una sorta di mostra ready made dove le opere si compenetrano fino a perdere la loro autonomia. Non mi limiterei a parlare di mostra, piuttosto di un’esperienza con atmosfera e temperature specifiche. La mostra è tutt’ora allestita all’interno dell’ ufficio della Società Immobiliare Imperatore, ditta dell’architetto-collezionista Mariano Pickler, che ha recentemente riqualificato la Zona Ventura di Milano.







breaking news: Vedo con piacere che, da qualche mese, anche in italia, anche sull'onda "vulgaris" di whitehouse, diversi artisti iniziano a "scrivere", abbattendo alcuni muri che non hanno ragione di esistere:

http://www.flashartonline.it/interno.php?pagina=rivista_det&id_riv_let=37&titolo=OTTOBRE-NOVEMBRE-09






Report da Berlino


by Estrid   
(ma chi è Estrid?)


sono stata un po' in giro, a berlino.

ho visto 3 fiere, una ventina di gallerie e studi di artisti amici, qualche parco e qualche locale...

+ una serata al micamoca, ma sembrava di essere a milano, c'era la stessa gente-pichler compreso.
Dal Pont ha realizzato un'installazione che mi è piaciuta. ...didascalica però, nel cortile del complesso industriale.

la mostra che mi è piaciuta di più lo vista da Jarla Partilager. una collettiva con mark manders, tuysman, kiaer,  schutte...

poi ceal floyer al KW.

houseago da CFA è portentoso, ma non me la racconta giusta...

ho visto una performance di John Bock al Haus der kulturen der welt. con animali vestiti...da quelle parti è un santo.

Jiri Kovanda..grande!! in una nuova galleria...non ricordo il nome.

bella una mostra di Roman Ondak...e altro.
 
artforum con cose anche belle ed intelligenti, fin troppo..e anche tanta uniformità con lavori interscambiabili e prevedibili. nessun big o pochi.

serata inaugurale alla temporary veramente da fighettini. nessuna opera che ti dava un bel calcio in culo, molte al limite del design, che palle... sarebbe piaciuta a quelli di kaleidoscope.
la bonvicini con le luci sospese. meno male... di solito ti castra e via!

whitehouse.


 ti seguo . stai facendo un ottimo lavoro. plauso!

la cosa più importante è quella del meccanismo di riflessione che produce, anche una semplice intuizione che ti solletica la sensibilità,  un'idea che si mette in moto ad ogni post.
si può essere d'accordo con quello che dici, oppure no, ma la positività la ritrovo nel ridare senso al discorso sull'opera. Dal sistema all'opera. L'opera che fa l'opera.

Va bene anche fare le pulci al piccolo giro dell'arte nostrana...basta andare ogni tanto fuori e quando si torna si capisce subito che non possiamo reggere il confronto con gli altri. Alla fine qui si applica all'arte le procedure che si applicano alla politica: clientelismo, pressapochismo, dilettantismo...e poi da noi c'è la cosa della passione che ci fotte. Hanno fatto passare l'arte per passione e ci hanno fregato.

il tuo invio delle pizze mi piace perché lo vedo come un non-lavoro, un'opera che si smarca dal "fare un lavoro". Rimarrei in bilico in questa ambiguità. Sento meno la copertura delle opere , tipo quella di qualcuno...da zero per intenderci...perché tornano ad essere immagine, ma forse mi sbaglio...
al proposito ho rivisto e chiacchierato, dopo molto tempo, con Paolo Zani a Berlino...mi è sembrato triste...peccato, lui mi è molto simpatico e lo considero il più bravo.
 
Tu vai avanti così, chiunque tu sia.

Estrid

 








gedyianpizzarrivo di una pizza durante una mostra di Gedi Sibony


In One Calder invece c'è un pieno eccessivo di opere. In questo caso le opere si compenetrano e si scontrano, ma il risultato è lo stesso di una loro "sparizione". Visitare One Calder significa fare un'esperienza "unica", in cui l'individualità di ogni opera è sparita per contribuire a qualcos' altro. Esattamente come "esperienza diretta delle opere" non significa "maggiore forza": un 'esperienza mediata, attraverso un file immagine modificato su internet (o sulla rivista Flash Art) , può attivare l'immaginazione e aumentare le opportunità di fruizione dell'opera. In questo caso il supporto diventa parte integrante dei materiali usati per l'opera.

Con Senza titolo (la reazione di zero) un veloce fotomontaggio nasconde due opere fotografate nella vecchia sede della galleria Zero di milano. Una foto prelevata dal sito della galleria (luogo non più fruibile). In questo caso la galleria zero ha  reagito, togliendo tutte le opere dal sito e lasciando sotto ogni nome solo il curriculum viate (precipitato delle relazioni pubbliche e private, vera "materia" integrante delle opere). Se le opere "perdono centralità" e tendono ad essere intercambiabili,  le relazioni pubbliche e private che sostengono le opere diventano qualcosa di molto vicino alla "materia". Anche in questo caso le opere hanno perso il  centro nella foto, e una fruizione mediata appare "unica possibilità" e "la migliore delle fruizioni possibili". Bisogna lavorare su cosa permane lo "spazio" fuori da definizioni di ruolo "professionali" (anche perchè forse ha, ormai, poco senso e sembra solo un teatrino).


 
 


 
(..)
Il sistema italiano con i suoi giri prevedibili e santi protettori ormai lo vedo da lontano e mi fa ridere perché appena metti i piedi fuori ti rendi conto quanto sia inutile e inesistente...
La vera "sfida", se il sistema che attornia l'arte si puo definire tale.. (ma non mi piace tanto l'idea)  é resistere al di fuori... in contesti MOLTO piu aggressivi di quello italiano. Ci sono paesi che si sbattono un sacco per promuovere i loro artisti.. all'estero.. e non parlo del mercato.. non frainterdemi ...ma di strutture istituzionali che agevolano le possibilitá di emergere per gli artisti...
(anche Romania o Lituania fanno molto di piu dell'italia a livello istituzionale! ti garantisco.. a detta di amici rumeni e lituani appunto...). Per non parlare delle vere e proprie macchine da guerra di germania o inghilterra.. anche della francia, ma che secondo me é un caso a parte e a volte é troppo invasiva a livello istituzionale e quindi ne azzera i benefici..
Vabbé un discorso lungo e non voglio annoiarti..
 
 

stiamo sicuramente in contatto
 
ciao ciao
DB





pr1intervento da internet di notte da Gagosian (NY)












pizzart

 

 

Everything You Always Wanted To Know About Pizza Expectation and Dogs  (But Were Afraid To Ask)


a cura di Luca Rossi



 

 

 

Questo nuovo progetto vorrebbe declinare il progetto presentato in maggio presso la Galleria T293 e in settembre presso la Galleria Massimo De Carlo. Anche in questo caso gli spettatori e gli utenti di Whitehouse sono invitati a ordinare una pizza* (da ogni parte d' Italia) da far recapitare in Via Modane 16 alle ore 19.00 del 21 ottobre 2009, presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. L’operazione non ha alcuna motivazione polemica verso la Fondazione e il suo Staff di cui stimo la qualità e  la costanza.

L’arrivo del ragazzo della pizza è un evento “volgare” ma anche estremamente poetico e semplice. Una sorta di incursione benevola da parte di uno sconosciuto. Al contrario la mostra
Indagini di un cane rappresenta un rituale “sotto controllo”.

L’attesa/aspettativa della pizza, nella sua semplicità, rappresenta un momento carico di piacevolezza ma anche di frustrazione. Una situazione sospesa tra il naturale istinto di sopravvivenza, tra lo stomaco vuoto e l'attesa. Questo progetto vorrebbe contaminare la mostra "Indagini di un cane" per arrivare ad una terza dimensione di significante e significato. Una “terza mostra” pervasa dalla tensione dell’attesa, e poi, probabilmente, dell’arrivo. 

 Il pubblico e gli utenti di Whitehouse, ordinando una pizza, innescano la loro “presenza” e testimoniano la loro Urgenza. Ordinare quella pizza è una gesto semplice ma molto importante. Semplice ma “complesso” allo stesso tempo. Se non arriveranno pizze non sarà assolutamente rilevante. Vorrà dire che nessuno ha quella  determinata Urgenza. Sarà centrale l’attesa delle pizze in quel determinato luogo. L’impostazione vorrebbe essere volutamente “balorda” e oltraggiosa, come un bambino che mette il dito nella torta al cioccolato, quando questa è ancora nella vetrina del pasticcere.

 
 




 
postato da: rossiluca alle ore 10:38 | link | commenti (5) | commenti (5)
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venerdì, 02 ottobre 2009

Biennale di Venezia 1972



 

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Alla Biennale di Venezia del 1972 la sala di Gino De Dominicis fu concepita come una summa del suo lavoro che, a posteriori, si può pensare contenere anche i dipinti della sua produzione successiva. La sala venne chiusa dopo poche ore dall’apertura perché ritenuta “inaccettabile” per via di un suo elemento. Attraverso un  "veloce" fotomontaggio  ho eliminato le opere di questa sala. La foto di partenza rappresenta l’unica testimonianza (della sala) che l’artista ha deciso di qualificare come opera d’arte con il  titolo (foto ricordo) De Dominicis. Mi interessa svuotare questa sala, svuotare il 1900, anche se in modo “balordo” e poco rassicurante. In questo modo si crea uno spazio “impossibile” che è possibile fruire solo attraverso la mediazione di un supporto (in questo caso il computer). Una fruizione mediata, privata ed immobile, piuttosto che una fruizione diretta, mobile e pubblica. E’ curioso come attraverso questo percorso si vadano a toccare alcuni assunti di De Dominicis come l’invisibilità e l’immobilità. Ciò nonostante questo citazionismo risulta stucchevole esattamente come elevare il 1900 ad una sorta di “grande mamma imprescindibile” per il presente e per i “giovani” artisti. Eliminare qualcosa non significa necessariamente fuggirne, ma anche affrontarlo. Molti operatori del sistema italia (ma le stesse dinamiche le vediamo anche sulla scena internazionale) hanno bisogno di riempire in continuazione questa sala propinandoci periodicamente nuovi artisti,  giovani e meno giovani. Le alternative credo che si nascondino in questa stanza vuota. Le alternative sono nella capacità di sostenere ed accettare questo vuoto.  Non si tratta di “nulla”, ma di capire che c’è anche il momento in cui non ci possono essere “nuovi artisti”. Siamo convinti che quando qualcosa non esiste generi un “mancanza” da colmare ad ogni costo. Invece probabilmente quella mancanza è necessaria e ciò che la potrebbe colmare risulta superfluo.  Bisogna accettare un momento in cui mostrare anche un capello può diventare pericoloso e problematico. C’è un momento in cui qualunque artista che  tenta di riempire questa sala cade in una trappola pericolosa, molto simile alle sabbie mobili.

 
 
 
 
 Whitehouse è anche una  dichiarazione d'amore, lunga e prolissa. Si critica veramene ciò che un po' si  ama. Sicuramente non mi voglio rassegnare ad una definizione elementare "pro" o "contro". Sappiamo bene che le cose sono sempre più complesse.

 
 


Non si tratta di lamentarsi e polemizzare, ma solo di riflettere onestamente e senza complessi di inferiorità ed esterofilia da "bar sport italiano". Perchè l'italia ha le caratteristiche per ribaltare la situazione a suo favore (come cerco di sostenere nel prossimo pezzo su flash art). Non si tratta nemmeno di una battaglia protezionistia o nazionalistica, tipo italia-francia. Si tratta di contribuire al meglio ad un dialogo.

Segue una mail di una visione autorevole esterna all'italia:

 
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Il sistema italiano con i suoi giri prevedibili e santi protettori ormai lo vedo da lontano e mi fa ridere perché appena metti i piedi fuori ti rendi conto quanto sia inutile e inesistente...
La vera "sfida", se il sistema che attornia l'arte si puo definire tale.. (ma non mi piace tanto l'idea)  é resistere al di fuori... in contesti MOLTO piu aggressivi di quello italiano. Ci sono paesi che si sbattono un sacco per promuovere i loro artisti.. all'estero.. e non parlo del mercato.. non frainterdemi ...ma di strutture istituzionali che agevolano le possibilitá di emergere per gli artisti...
(anche Romania o Lituania fanno molto di piu dell'italia a livello istituzionale! ti garantisco.. a detta di amici rumeni e lituani appunto...). Per non parlare delle vere e proprie macchine da guerra di germania o inghilterra.. anche della francia, ma che secondo me é un caso a parte e a volte é troppo invasiva a livello istituzionale e quindi ne azzera i benefici..
Vabbé un discorso lungo e non voglio annoiarti..
 
stiamo sicuramente in contatto
ciao ciao
DB

 
Per l'italia non è tanto una questione di budget limitati e di arretratezza delle strutture. Queste sono solo alibi per operatori incapaci ed inetti. E' questione di volontà, perchè quando in italia le cose si vogliono "organizzare" si riescono ad organizzare. Anzi, strutture troppo paludate possono diventare un problema.

 


Considero Whitehouse una sorta di sistema dell'arte "sintetico" e fake, dove coincidono tutti i livelli: artista, curatore, gallerista, spettatore, collezionista, critico, eccetera.  In questo modo viene definita una piattaforma teoricamente indipendente ed autosostenibile che, "bypassando" il sistema dell'arte, è in grado di innescare un contesto critico di riflessione e di azione.  In questo modo si definisce una situazione "privilegiata" dove è possibile osare,  girare i tacchi e andare in direzioni imprevedibili (ma non necessariamente opposte). Tutto questo non per presunzione, o per (come dice meris angioletti)  una sindrome da "cazzo duro" (basta essere anemici e artificiosamente colti per andare bene). Penso che problemi da super-prestazione  ci siano maggiormente nel sistema italiano dove, spudoratamente, avvengono sempre gli stessi giochini di potere, e in 10 giorni, l'artista x si ritrova a fare 300 mostre e 400 interviste (come per esempio succede a meris, tadiello, andreotta calò e compagnia bella). Senza che questo venga circondato da un contesto capace di approfondire. La paura-precarietà rende tutti superficiali e approssimativi, l'importante è fuggire dalla propria natura e dai propri limiti.
postato da: rossiluca alle ore 21:57 | link | commenti (2) | commenti (2)
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martedì, 29 settembre 2009

postato da: rossiluca alle ore 15:56 | link | commenti | commenti
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martedì, 01 settembre 2009

 

Oggi più di ieri “progettare” e realizzare un' opera d’arte è una questione estremamente semplice basata su presupposti inaspettati. Come già rilevato più volte, stiamo attraversando una fase di post-postproduzione. Se a cavallo del 2000, i giovani (e meno giovani) remixavano alcuni ingredienti del ‘900, ad oggi vediamo remixare quegli stessi mix. Il risultato è un appiattimento formale e concettuale al quale è facile contribuire assumendo sensibilità, atteggiamenti e soluzioni formali definibili a tavolino. Gli artisti, in questo 2009, appaiono come “burocrati della creatività” che possono procedere meccanicamente verso la definizione delle loro opere.

 

 www.rivistasegno.eu/wp-content/uploads/collettiva_09_antherica1-765x1024.jpg

www.richard-clements.com/pictures/INSTALLSHOT1.jpg



Analisi Random

Le strade sono poche e semplici. Possiamo semplicemente unire ingredienti consolidati del 900: allora vediamo il nostro nico vascellari mixare barney e bock con una spruzzatina di punk ruffiano. Giorgio Andreotta Calò che pensa bene di declinare Richard long alla matta clark. Michael Fliri, un bock divertito. Possiamo scegliere la strada del citazionismo. E quindi sviluppare un buon ingrediente del ‘900, semmai sostenendolo con riferimenti colti, semmai sconfinando in altre discipline come il suono o la scienza. Allora alberto tadiello sceglie carsten nicolai, e la nostra meris angioletti punta su tutta una serie di motivazioni para-scientifiche che però poi non trovano un contraltare formale appropriato. Su questa strada abbiamo anche luca pozzi in cui la pretenziosità scientifico-concettuale stride pesantemente con soluzioni formali non appropriate, prevedibili e didascaliche. Su questo fronte va meglio per micol assael che riesce invece a convincere maggiormente. Poi c’è il “cool cool yeahh” (nicola gobbetto, paolo gonzato, piangiamore) dove tutto può andare a patto che sia vagamente patinato, smart, romantico e “leggero”.Poi abbiamo il cosiddetto “smart relativism” dove tutto può andare ed essere giustificato (emanuele becheri, dafne boggeri, paolo chiasera, massimo bartolini, lara favaretto, patrick tuttofuoco, patrizio di massimo, pennacchio argentato, francesca grilli, antonio mancini, matteo rubbi eccetera eccetera). A volte questa sensibilità sfuma nelle pippe post moderniste: previdi, ma anche luca trevisani con la sua “grafica colta” destabilizzata. Nel suo recente articolo su flash art, trevisani dice “grazie” a bruno munari. Come dire grazie a Obama. Un articolo che riflette il fare artistico di molti giovani. Un fare impaurito e rassicurante che emerge evidentemente da uno stato di precarietà, in cui non c’è più spazio per osare e stimolare un contesto critico. Trevisani sta all’arte contemporanea come la Guru o l’A style sta alla moda contemporanea. Tutti siamo d’accordo sul fatto che bruno munari sia una grande, perché ribadirlo e mostrare la propria sensibilità ruffiana? Come dire che un bicchiere d'acqua fresca è asupiscabile durante il periodo estivo. In questa fase trovo più importante staccarsi dal ‘900 e dai suoi maestri. Bisognerebbe avere il coraggio di andare oltre la prevedibilità e il sostegno ad un clima rassicurante ed ovattato. Questi giovani “precari” tendono invece ad una pericolosa professionalizzazione dove non c’è più spazio per il coraggio di farsi male e di mettersi in discussione. Altro fenomeno interessante e significativo è il collettivo di artisti chiamato Super! capeggiato dal patrick tuttofuoco. Esiste questa loro fotografia scattata in un museo di storia naturale. Ecco, questa foto esprime lo stato di omologazione “colorata” giovane e leggera che stiamo vivendo in italia e nel mondo. Questi giovani colorati sembrano tanti cloni (foto nel link quì sotto). Quando si ha paura ci si rifugia nel gruppo e si decide di fare quello che fa il gruppo. Anche l’idea di farsi ritrarre in un museo di storia naturale, come dire: “siamo giovani carini e disoccupati, ma anche colti, giochiamo con la storia –il dinosauro sembra volerci magiare- ma se siamo qui rispettiamo anche la storia”.

 

giovani artisti al museo di scienze naturali



 

Meglio PR che IUAV



Per questi motivi fare oggi il giovane artista è veramente facile. E’ estremamente facile ideare opere d’arte, perché la vera opera, quella più difficile, non si trova dove tutti pensiamo che sia. La materia dell’opera è fatta, oggi più di ieri, dalla relazioni pubbliche e private che potranno sostenere questi oggetti/opere pretenziosi e omologhi. Tanto che, secondo me, un giovane piuttosto che spendere soldi a brera o allo iuav ,potrebbe fare un corso in pubbliche relazioni. Le grandi scuole internazionali funzionano (ma oggi anche loro sono in crisi per via della saturazione) perché prevedono la possibilità di crearsi buone relazioni pubbliche e private. Da queste relazioni discenderanno poi i curriculum vitae, che, come ci insegna la galleria zero di milano, sono le uniche e “vere” opere da mostrare sul proprio sito (come reazione al mio intervento, visibile anche su flash art). Gli artisti che possono "modellare" relazioni autorevoli (l'autorevolezza viene definita dal sistema in modo autoreferenziale) hanno il privilegio di concentrarsi solo sull'ideazione di opere-pretesto dalle qualità standard. I più sinceri e intelligenti sfruttano al meglio questo privilegio. Qualche anno fa giacinto di pietrantonio (non perdetevi il suo "volare") decise di sostenere a spada tratta pietro roccasalva, giovane artista siciliano sconosciuto. Giacinto viene da un paesino del sud dove la sua famiglia controlla tutto (fonte: compiato e grande mauro manara). In pochi mesi pietro fece tutto, fino ad arrivare alla galleria zero e quindi nella short list che il sistema presenta ai curatori stranieri che vengono a lavorare in italia. Queste dinamiche mi sembrano un vera situazione d'opera alla roccasalva, altro che tutti quei sofismi che il giovane siciliano mette dietro le sue installazioni "pittoresche" alla de dominicis.

Non è questione di essere contro un certo artigianato raffinato che produce l'arte contemporanea. Questo artigianato va bene a patto che discenda da Urgenze Reali, e non omologate e definite a tavolino. Si vede subito quando mancano le urgenze in un’opera, o quando c’è solo l’urgenza di fare il giovane artista International Cool.



Whitehouse vorrebbe reagire a questa stasi noiosa. Va bene, lo sappiamo. Le opere perdono di centralità e contano solo le relazioni. Ok. Ma che noia, accettiamo la sfida, torniamo ai contenuti. In questo modo i prodotti dell’ikea guadagnano qualcosa sul pretenzioso mondo dell’arte contemporanea. Questi prodotti, queste opere, appaiono tristemente più sincere, meno pretenziose e (a volte) anche meno rassicuranti e prevedibili delle opere d’arte. In ogni caso non mi voglio rassegnare all’ikea. Mi sembra che l’arte contemporanea possa e deva andare oltre. O avere la lucidità di non andare più “oltre” e tornare indietro, procedere obliqua e cercare un burrone. Ecco whitehouse vorrebbe indagare questa divergenza e una maggiore fluidità. Sono convinto che l’arte sia una sorta di pre-vita. Sia un sintomo che possa dire molto sul mondo di domani e sul futuro di ogni settore dello scibile umano.


video ultima mostra di tuttofuoco a milano

prodotto del catalogo Ikea

patrick tuttofuoco che fa il segno di vittoria mentre parla con massimiliano gioni:

c'è più materia di opere di tuttofuoco nella relazione con Massimiliano Gioni che nelle stesse opere di tuttofuoco

postato da: rossiluca alle ore 22:21 | link | commenti | commenti
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giovedì, 13 agosto 2009

Sistema Sintetico

caro luca
mi dispiace che hai tolto il mio commento dalla pagina. così lo leggerà molta meno gente..

ultimamente penso molto a questo tuo blog ed alle tue operazioni. ho appena acquistato flash art dove ho rivisto per l'ennesima volta il tuo "Mother fucking fotomontaggio" (ennesimo fotomontaggio del cazzo). mi chiedo se sia possibile acquistarne una stampa ed a che prezzo, io sarei interessato. ho anche congetturato sul motivo della tua critica al trevisaniscrittore. forse perchè il suo articolo è proprio adiacente al tuo ed hai paura che ti rubi la scena? io l'ho trovato buono, a parte il finale. in termini letterari più avvincente del tuo, che sebbene metta in campo questioni di vitale importanza (trovo davvero interessanti e calzanti e stimolanti molte delle tue riflessioni) mi sembra sospetto per il tono che usi. anche perchè l'Artista è SEMPRE stato un artigiano del lusso. tra l'altro mi viene il sospetto che anche tu sia un bravo artigiano del lusso. si tratta di artigianato intellettuale, certo, ma sempre di quello si tratta (e bada bene che non la considero una cosa negativa). ciò detto, ci tengo sempre a sottolineare che le tue operazioni mi piacciono. penso che onecalder sia una azione geniale, così come le pizze. e trovo soprattutto geniale l'operazione del blog. anche se per onestà ti devo dire che la interpreto come una furba strategia di marketing che mira a indebolire la concorrenza agli occhi dei consumatori ("gli artisti sono scarsi e troppi, i curatori sono dei dittatori senza acume che indeboliscono il mercato, l'eccesso di offerta fa scendere i prezzi = collezionisti non comprate nessuno che abbia a che fare con coloro che cito perchè non vale un cazzo"). tanto per fare un altro esempio (ma non mi interessa entrare troppo nello specifico), dopo questa intuizione mi è chiaro anche perchè insisti nel ripetere testi e immagini nel tuo blog. una specie di advertising per imprimerci bene in mente il tuo operato.

ci tenevo a farti sapere come interpreto il tuo agire. ripeto: trovo geniale questo modo di operare per avanzare nella scena a scapito di altri ed è proprio per questo che vorrei acquistare una tua immagine.

BN


Ciao BN,

whitehouse cambia in continuazione, il tuo messaggio l'ho tolto dal testo del blog dopo un po' perchè messaggio lungo, ma l'ho lasciato alla fine del post nella sezione dedicata. Whitehouse propone una tesi (di opera e critica) che poi incontra l'antitesi del suo fruitore, e quindi una sintesi nella mente di ognuno. Serve anche solo una riflessione individuale.

Hai fatto ottime considerazioni sul blog. Non mi dispiace un' opera che sia una sorta di critica. Ma le critiche non sono mai pretenziose, mi sembrano sempre motivate su questioni oggettive. Guarda l'esempio di patrik tuttofuoco:

http://www.exibart.tv//news/2008_lay_notizia_02.php?id_cat=78&id_news=6411


 http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/90062164

Il suo lavoro aveva, a fine anni 90, una buona impostazione. Poi si è perso, e ora potrebbe proporre tutto e il contrario di tutto che andrebbe bene. Questi lavori del video non partono da un' Urgenza specifica.L'eccletismo identitario è una propsota da pilota automatico. Stravista nel corso del 900, su piani colti e più popolari. Non sono contro l'artigianato di lusso degli artisti. A patto che questo artigianato discenda da urgenze forti e specifiche (solo per fare esempi: creed, sierra,cattelan, hirts, mercier, bock, seghal, monk ecc ecc). Quando vedo che l'artigianato discende da uno scimmiottamento di un clima generale e rassicurante, mi sento preso in giro. Cioè quella cosa è legittima, ma stiamo parlando di una sorta di ikea costosa e raffinata. A quel punto prefersico l'ikea originale che mi sembra concettualmente più sincera e formalmente meno pretenziosa.

Mi fa piacere che tu (come molti) abbia apprezzato One Calder. E' una mostra che dice tantissimo sull'italia, sull'arte e non solo. Ovviamente alcuni giovani artisti come meris angioletti e andreotta calò hanno capito poco niente. Senza pensare che quella mostra è fondamentale per loro, è qualcosa di molto legato al loro destino. Ci solo i calò e le meris degli anni 90. Tutti pressati, oggettificati, in mezzo a scrivanie da ufficio. In un importante ufficio immobiliare che riqualifica una zona di milano. Che riqualifica l'italia. Molte di quelle opere hanno realmente sostenuto l'arte contemporanea degli anni 90/2000. Non c'è nessuna polemica verso pikler, come non c'è polemica verso la galleria Zero o la T293. Questi sono solo "interlocutori critici" che sono lo stimolo per opere e interventi neutri che vanno oltre la critica istituzionale. La mostra One Calder è prima di tutto una normalissima mostra, organizzata con modalità inedite e inaspettate.


Ho criticato l'articolo di luca trevisani perchè riflette quella che è una pratica artistica diffusa: una sorta di pompino ruffiano e rassicurante, dove trevisani si eleva a persona saggia che ci dice cose banali e non confutabili. Che ci dice delle banalità. Quando invece una persona come lui (giovane) dovrebbe stimolare una riflessione critica e non lisciarsi il pelo con questi articoli  ruffiani Va bene ricordare il meglio del '900, lo apprezzo, ma ora basta guardare il '900 stacchiamoci da questo secolo che ha portato tante cose buone ma anche tante cose negative. Un ragazzo di 30 anni che si presume "artista colto" dovrebbe stimolare un confronto critico, non favorire la calma piatta. E' ovvio che nessuno può essere contro l'articolo di trevisani. E' una sruffianata pazzesca. L'articolo è intellettualmente gravissimo. Questo stesso atteggiamento lo troviamo in molte opere di giovani artisti. Un pensiero debole, conformista  e pauroso che cerca affannosamente di farsi accettare per salvarsi dalla precarietà e dal vuoto di idee. Trevisani riflette una generazione di giovani che pervade anche altri settori professionali e pervade anche l'estero. Questi giovani non hanno il coraggio e la voglia di osare. La cosa può anche essere legittima, a patto che ci sia consapevolezza in loro, nel sistema e nel pubblico. A me da fastidio quando percepisco una pretenziosità inconsapevole e ruffiana,  che poi precipita in opere artigianalmente rassicuranti e prive di urgenze. Mi da fastidio lo scimmiottamento di un clima generale, di una sensibilità da complessati e da esterofili. Questo clima mi sa di conservatore e reazionario, e si riflette negli atteggiamenti di alcuni operatori senior del sistema (di cui parlo più in basso).

Con riferimento allo stile Gonzo in Whitehouse si sintetizzano tutti i livelli del sistema. Mi piace pensare ad una sorta di sistema sintetico dell'arte, come strumento  concreto, divergente e fluido. In questo modo viene definita una piattaforma teoricamente indipendente ed autosostenibile che, "bypassando" il sistema dell'arte, è in grado di innescare un contesto critico di riflessione. Una sorta di sistema dell'arte sintetico. In questo modo si definisce una situazione "privilegiata" dove è possibile osare,  girare i tacchi e andare in direzioni imprevedibili (ma non necessariamente opposte). Per esempio mi sembra molto più interessante l'immobilità piuttosto che la mobilità (e non solo filosoficamente parlando), mi interessa maggiormente sprofondare in un punto piuttosto che l'ennesima residenza all'estero.

Secondo questa teoria Whitehouse dovrebbe contenere anche la vendita al pubblico. Questo va bene di logica. Al momento però considero quella attuale una fase di assestamento in cui vorrei concetrarmi sull'aspetto critico e propositivo. La vendita ci potrà essere, ma fra qualche tempo, ti devo fare aspettare.

 


Nella testa di molti questa cosa dell'artista frustrato funziona come fosse un anticorpo al pensiero e  alla riflessione critica. Guardano il dito che indica la luna, pensano di offendere me per evitare i contenuti di Whitehouse. Non mi sento un artista, secondo la definizione corrente che vede animelle intente a pensare, e poi realizzare, oggetti da ikea raffinata e pretenziosa. Ho proposto motivi di riflessione e interventi concreti (reazione di zero, one calder, progetto T293). Nessuno è mai stato abituato alla critica in italia. Chi "critica" , anche se in modo costruttivo, è subito etichettato come "frustrato". Più che frustrato mi sento insoddisfatto. Ma credo che chi si senta soddisfatto in arte ( e non solo) sia perduto. Dire che sono il "solito artista frustrato" è un modo per ridimensionare il problema. E' un modo per non parlare del problema. Per perpetuare un silenzio colpevole.


Infatti  Paolo Zani della galleria zero, che ho ribattezzato Silente (dalla saga di harry potter), risponde e reagisce sempre con il "silenzio" e un atteggiamento di sottrazione.  Il confronto e la critica costruttiva sono visti negativamente, come un "rumore imbarazzante e pericoloso". Perchè molti italiani vivono un complesso di inferiorità enorme, e provengono da una formazione professionale costellata da traumi, difficoltà e delusioni. Vivono con il terrore del "bar sport". Quindi il confronto fa paura perchè metterebbe paolo zani, e i suoi amici, davanti alla propria Natura, e questo fa paura. Meglio tacere e far passare il "silenzio" come fosse qualcosa di colto e raffinato quando invece si tratta solo di paura mista a buone intenzioni (parlo di zani perchè ho stima di gran parte del suo lavoro). Stessa storia per marco altavilla e paola guadagnino della T293. Loro vogliono essere una "gallerie internazionale" e a volte vorrebbero nascondere sotto il tappeto la loro Natura.

Non credo di avere la verità e la scienza infusa. La cosa fondamentale è avere la curiosità e il coraggio di porsi domande. La mia attività non è quella di pontificare e sputare sentenze, ma quella di "reagire" ad uno stato dell'arte (nazionale e internazionale) attraverso urgenze quotidiane. In questo modo si riesce a procedere, anche lentamente, ma inesorabilmente. Si parla di Alberto Tadiello perchè è l'ultimo modellino di "artista promessa" adottato e sostenuto dal sistema matrigno italiano. Non metto in discussione la dedizione e la buona fede di Tadiello, il suo stesso lavoro riprende e approfondisce bene ingredienti del '900 (carsten nicolai e altri). Il problema è che il sistema italiano, per come è organizzato, "sfrutta" e specula  su questi giovani artisti, elevandoli a "tronchetti di legno" per alimentare un fuoco  di interessi privati e autolegittimazione.  La pratica è la stessa da almeno 15 anni, e non funziona. Tadiello ha fatto lo iuav e brera, poi lavora con la T293 e ha vinto il premio furla. La presenza di tadiello è secondaria, il suo corsus honorum  serve per legittimare iuav, brera, gli operatori che lo sostengono, il furla, le persone coinvolte nel furla, qualche vendita della T293, eccetera. Poi Tadiello viene lanciato nel sistema internazionale senza alcun supporto. Guardiamo che fine hanno fatto le giovani promesse degli anni '90. Va tutto bene se questi giovani artisti discendono dalla borghesia italiana, da quella generazione che ha visto il boom economico negli anni 60-70-80. In questo caso finiscono a fare i mantenuti a Berlino, fingendo di fare gli artisti per via di qualche sporadica partecipazione da comprimari. Abbiamo centinaia di esempi. La cosa più interessante e drammatica è proprio questa: una generazione di giovani (non solo nell'arte) che viene mantenuta dal boom economico degli anni 60 attraverso le rendite di nonni e genitori. Al momento, in italia ,c'è solo un artista consapevole di questo. Si tratta molto di "consapevolezza". Per me va bene anche l'artigianato rassicurante delll'arte contemporaneo, a patto che discenda da idee consapevoli e forti, e non dalla necessità di vendere due operette per avere la scusa di fari mantenere a berlino.

Lo stato dell'arte nazionale e internazionale impone la presenza di un sistema  di supporto (fatto di istituzioni e operatori indipendenti) che possa favorire un contesto meritocratico e un sostegno internazionale. Stiamo vivendo un reflusso del '900, che sta portando, da qualche anno, sovrapproduzione e saturazione di contenuti. L'opera d'arte sta perdendo di centralità e sta assumendo una materia fatta di luoghi e relazioni pubbliche e private. Questo già da 20 anni, ma ultimamente in modo più vigoroso. L'artista deve mettere in discussione il proprio ruolo e il proprio linguaggio per attenuare la centralità del sistema. Il sistema in Italia è matrigno perchè guidato da pochissimi operatori che hanno vissuto e subito una formazione professionale frustrata e costellata da delusioni, dolore e difficoltà. Una cultura da democrazia forza italia cristiana  ha frustrato in patria e spinto alcuni operatori all'estero, dove hanno covato una forma di complesso di inferiorità misto a esterofilia. Questi operatori ci stanno restituendo il dolore subito. Per questo vi è paura, precarietà, mancanza di approfondimento reale, perseguimento di interessi professionali privati, autolegittimazione reciproca fra operatori, eccetera (parlo anche di critici e curatori). Vettese, lacagnina, di pietrantonio, zani, bonacossa, farronato,bertola, daneri, pinto,scardi, eccetera. Sono operatori che tendono a nascondersi dietro un 'italia limitata ,sgaruppata e arretrata, per non dare il massimo. Questo all'estero non avviene, perchè gli operatori culturali sono stati allevati in un contesto aperto al contemporaneo e meritocratico. Quì in italia si spendono energie per fare il festival dell'arte contemporanea di faenza, al fine di legittimare i soli operatori che vi partecipano attraverso la presenza di personalità nazionali e internazionali importanti (attratte dal denaro che gli si offre). Quindi il sistema italiano quando vuole funziona, anche facendo a meno delle istituzioni pubbliche arretrate. 

Se quella che ho descritto è un treno con locomotiva, alberto tadiello è solo un tronchetto di legno che alimenta il fuoco della locomotiva. Gli operatori del sistema rimarranno, i giovani artisti spariranno lentamente. 

Altro aspetto gravissimo è la diffusione a macchia d'olio di un certo conformismo che ho definito "turismo creativo". Questa cosa è dovuta al fatto che gli artisti (ma anche altri operatori quali i curatori) si formano in un contesto precario che gli trasmette una paura inconscia. Quindi al 50% è responsabilità del sistema, ma l'altro 50% è responsabilità degli artisti e degli altri operatori. Infatti esiste una sensibilità diffusa dalla quale precipitano opere e progetti  che si rifanno ad una archetipo/stereotipo rassicurante dell'arte contemporanea. Una sorta di pensiero debole, per il quale ogni opera può andar bene, a patto che raggiunga un livello formale standard, abbia citazioni colte che la sostengono e sia sostenuta da galleristi e operatori che guidano il sistema. Quindi se Marco Pallin fa una mostra sulla teoria delle stringe da massimo de carlo va già benissimo. Per la forma è sufficiente guardare le opere dell'ultimo overture per giovane artista su flash art. Questo porta un appiattimento e una interscambiabilità degli artisti. Questo succedede perchè bisogna avere il coraggio di mettere in discussione alcuni assunti e di staccarsi finalmente dal secolo scorso. Il curatore sembra il vero regista che usa gli artisti come colori di una tavolozza (questo più all'estero, in italia sono tutti precari). In italia i veri artisti sono luca beatrice,angela vettese, giacinto di pietrantonio, andrea viliani....artisti poco eccitanti., ma difronte ad una platea di giovani artisti omologhi, questo diventa inevitabile Poi mi accusano di essere "artista frustrato". Io credo che questi operatori siano artisti frustrati, o forse artisti mancati. Io credo che un artista oggi debba procedere mosso da Urgenze. Debba scappare da qualcosa, piuttosto che porsi obbiettivi quali la fama o una sorta di auto-psicanalisi.

 

Gli stessi curatori del padiglione italia (luca beatrice e beatrice buscaroli) sono i veri "artisti-protagonisti" del padiglione. Lo stesso paolo zani dirige la galleria zero come fosse un artista  che incide profondamente nel lavoro dei suoi artisti. Se guardiamo ai giovani, alessio ascari ed edoardo bonaspetti (direttori di mousse e kaleidoscope, riviste free press, l'una identica all'altra, tanto da poter essere l'una il supplemento dell'altra) compongono la loro rivista come fossero "artisti", come DJ che mixano le cose che amano...ma, visto che non sono artisti, io li vedo come artisti "frustrati"...anche se felici di aver trovato la loro strada. Artisti frustrati sono quei giovani che, a venti o a trent'anni, più o meno consapevolmente, più o meno in malafede, sono artigiani "raffinati" del contemporaneo, impiegati di lusso che vivono mantenuti sulle spalle di nonni e genitori, senza urgenze specifiche ma scimmiottando un clima generale. Questi sono artisti frustrati. Io non mi sento per niente frustrato, e sono certo di dare il mio "contributo" perchè ho l'urgenza quotidiana di farlo. Come un bambino ha l'urgenza di giocare.


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mercoledì, 12 agosto 2009

Italians: come la natura da cui fuggi ti aiuti a fuggire

breaking news: patrizio di massimo (ultimissima scommessa del sistema italia) è stato inserito nella scuderia della galleria T293. Costui è sostenuto dalla comunità londinese di italiani all'estero, ha fatto italian wave 2008 (iniziativa di artissima pro giovani, già decapitata nel 2009) e il workshop alla fondazione spinola banna (con selezioni migliori e più trasparenti rispetto alla sorella maggiore fondazione ratti). Il lavoro di Di Maasimo sembra più interessante della media, per quanto appaia comunque la solita-ennesima variazione sul tema (veramente prevedibile e spuntato il suo lavoro di ricognizione sulla memoria italiana in libia-cose che piacciono tanto alle riviste kaleidoscope e mousse).




Tra anni 90 e 2000 molti giovani italiani di buona famiglia hanno pensato bene di andare a studiare all'estero. Spronati ovviamente dal mito dell'estero difronte ad un' italia arretrata, sgaruppata e legata inesorabilmente al suo passato. Se alcuni operatori del sistema italiano odierno, sono rimasti, buttando giù rospi, facendo a gomitate e vivendo una formazione frustrata, i più ricchi e coraggiosi sono emigrati verso capitali estere. Questi emigrati, il più delle volte, covano una sorta di astio verso l'italia, sentimento che nel peggiore dei casi diventa una sorta di complesso di inferiorità e un' incapacità cronica a guardare negli occhi la propria Natura. In casi migliori diventa esterofilia, e in pochissimi casi  una visione più ricca sulle cose. Da un veloce censimento mentale abbiamo:

londra
francesco pedrarglio e caterina riva che insieme a peieternel vermotel hanno fondato uno spazio no profit chiamato form content.
ilaria gianni
patrizio di massimo
francesco manacorda
berlino
luca cerizza e gli amici del bar (tutti gli italiani che transitano per berlino)
olanda
lorenzo benedetti


Queste le situazioni che mi vengono in mente, non è importante un censimento preciso. Costoro vivono in modo rigoroso tale condizione. Si confrontano solo con loro amici o artisti stranieri che trovano usciti di casa. Sarò certamente qualunquista, ma l'atteggiamento di tutti è di chiusura. Perchè, comunque, qualsiasi italiano putrido (rimasto in quella pozzanghera chiamata italia,) che prova ad avere un dialogo, viene subito ignorato. Ma come? Loro si son fatti un mazzo così per lavorare all'estero e ora si devono confrontare con gente che abita a 200 metri da casa loro in italia? Ma vogliamo scherzare? Non ci pensano neanche, sarebbe come se rientrasse dalla finestra quello che costoro hanno buttato dalla porta. Da buoni provinciali si confrontano solo con gli italiani "rimasti amici" durante l'emigrazione all'estero, e con quegli italiani-artisti che, come loro, hanno scelto di formarsi all'estero, e con cui hanno condiviso i banchi di scuola nel college (parola straniera, yuppppy). Caliamo un velo pietoso su questo fare provinciale. Finisce ovviamente che tutti , curatori e artisti italiani esportati, arrivano a scimmiottare i loro colleghi stranieri con il risultato che quasi nessuno si fila questi nostri italiani da esportazione. Perchè l'estero dovrebbe guardare queste giovanotti che fingono di essere quello che non sono? Pensate ad un inglese che incontra un italiano che scimmiotta l'inglese, meglio un inglese originale o un cinese o indiano sinceri. Chi ha un posticino  "fisso" qualsiasi si accontenta, se lo tiene stretto e guarda schifato all'italia. Mi fanno tanta tenerezza, perchè anche loro, come quelli rimasti a formarsi in italia, hanno sofferto tanto. E non pretendiamo certo da loro grandi imprese. Gioni e Bonami che non ho menzionato nel censimento, hanno avuto carriere più limpide, più consapevoli e lontane da complessi di inferiorità.

La cosa interessante è come questa generazione di emigrati dell'arte sia sponsorizzata dal boom economico italiano degli anni '60. Mi piace come le radici di nonni e genitori permettino il soggiorno estero a questi operatori. Mi piace come la fuga dalle loro Radici e dalla loro Natura venga sostenuta da quella stessa Natura e Radici. Questo dovrebbe far riflettere sulla possibilità, forse più interessante, di esagerare e degenerare quelle stesse Radici e quella stessa Natura, forse, in una condizione che è più vicina all'immobilità, piuttosto che alla tanto agoniata mobilità internazionale.

Patrizio Di Massimo ha studiato a londra e ha pasturato nel gruppetto di italiani a londra (gianni e form content). Il sistema italiano nasa subito il nuovo infante prodigio, ed ecco che arrivano i giovani galleristi paola guadagnino e marco altavilla che, con la loro T293478 (tanto perchè più numeri si mettono più siamo international cool) mettono subito il cappello sul nuovo campioncino nazionale. Che fatica ehhh??? Proprio veri talent scout, che seguono solo le loro idee e non quelle che sentono nell'aria...ho scritto di patrizio di massimo come nuova promessina del sistema almeno 4 mesi fà! Ma che dinamici questi giovani galleristi.
Di Massimo, dopo un serio studio a londra con tanto di tesi accademica e impegnata, fa un lavoro che fanno in europa almeno 2000/3000 artisti. Vedo qualche bagliore più stuzzicante nel suo lavoro, ma penso derivi da una mia mala interpretazione. Perchè poi approfondisco, e c'è questo lavoro sulla libia che appare come una sbrodolatura retorica incredibile, che va bene per riempire le riviste e le mostre di qualche curatore-artista pretenzioso. Queste immagini in bianco e nero, questo vintage-colto recuperato da "vero giovane artista saggio". Questa riflessione sul concetto di storia. Queste piene e rotonde banalità. Questa incapacità endemica di osare, di uscire dall'accademismo e dal professionismo, per mettere e mettersi in discussione. Questi esercizi accademici che vanno bene per compilare gli articoli pretenziosi di qualche curatore artista che scrive per mousse/kaleidoscope (sono praticamente uguali, una il supplemento gratuito dell'altra, due camerette ben fatte con le medesime passioni adolescienziali di due giovani direttori).

Va bene. Probabilmente patrizio di massimo è il meglio che c'è. La performance con cavallo a londra non era male, e anche il quadro di un probabile schifano aveva un certo spessore potenziale. Però c'è qualcosa che non funziona. Percepisco chiaramente una mancanza di approfodimento, un conformismo di vedute che relega questa miriade di giovani artisti  ad essere "operai/impiegati" omologhi e intercambiabili. La T293 (che elevo ad esempio di sistema, in lei ci sono tutti gli operatori italiani più attendibili) non approfondisce e non pondera realmente le sue scelte. Costruisce una boutique raffinata su una palude (che sembra solida perchè un po' congelata e colorata alla benemeglio). Io non credo che in questo modo si possa andare molto in . Forse l'italia paga un complesso di inferiorità che, anche nelle sue manifestazioni più celate, pretende di infiocchettare e accontetarsi della mediocrità. Poi ci penseranno quei quattro nomi  di artisti stranieri e quei modi international cool (parola inglese!) a salvare capra e cavoli.
postato da: rossiluca alle ore 02:46 | link | commenti (6) | commenti (6)
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sabato, 08 agosto 2009

Silence

Silence, fotografie digitali, schermi computer, dimensioni variabili :




 

 

Si tratta di giovani  italiani che parlano del loro lavoro. Mi interessa il silenzio di queste immagini . Vista l'era di post-post-produzione che stiamo vivendo, il lavoro del giovane  può essere inteso come un mix di ingredienti che, il più delle volte, sono essi stessi il frutto di mix. Se  monk rielabora il concettuale anni 70, jordan wolfson ,seguendo monk, remixa quello che è un mix. La sovrapproduzione e la saturazione di contenuti, uniti alla crisi economica, mettono in crisi il ruolo  e il suo linguaggio. I sistemi maturi dell'arte contemporanea reagiscono, le opere perdono di centralità a favore della predominanza di luoghi e relazioni. Se i contenuti si appitattiscono e diventano  interscambiabili, sono i luoghi dove "succedono" i contenuti, e le relazioni che permettono tali  accadimenti, che diventano la materia  delle opere. Le opere devono semplicemente avere un valore formale e concettuale standard e minimamente sufficiente (allora vediamo alberto tadiello che si concentra su un aspetto di carsten nicolai, vascellari che integra sapientemente bock e barney, golia che rideclina cattelan, bartolini che prende di quà e di là, eccetera).

Mi interessano le potenzialità di una fruizione mediata (cosa c'è di più "mediato" di una foto che ferma un giovane  mentre parla del proprio lavoro?). Se le opere devono semplicemente raggiungere un livello formale standard, avere solide basi teoriche colte, ed essere supportate da buone relazioni pubbliche e private, tanto vale scegliere un fruizione mediata dell'opera. Tanto vale allontanare l'opera il più possibile. Tanto vale farle perdere al massimo la sua centralità. La fruizione mediata innesca l'immaginazione e un pensiero improvvisato. Un' immaginazione ideale e impossibile, ma per questo apprezzabile.

Mi interessa anche un giovane (figlio del boom economico anni 60) che parla del proprio lavoro (qualsiasi tipo di lavoro). Se in italia esistono molti giovani "sostenuti inaspettatamente" lo dobbiamo soprattutto al boom economico. In molti hanno potuto vivere serenamente la loro carriera potendo fare affidamento sulle rendite di nonni e genitori (la cosiddetta Nonni Genitori Foundation, altro che Fondazione Antonio Ratti).

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postato da: rossiluca alle ore 01:16 | link | commenti (9) | commenti (9)
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domenica, 02 agosto 2009

Excursus Biennale+Smart Relativism


sempre più lucidi questi interventi in forma di pamphlet, ma come già detto restano molto più efficaci quando si tratta di considerazioni sul sistema. Dal punto di vista strettamente critico le sue osservazioni invece rispondono a criteri molto poco stringenti. Non c'è consequenzialità fra l'elogio del rischio e dell'innovazione formale da una parte e i giudizi sui nomi: che al Padiglione Italia si salvi Verlato è una bestialità (semmai Bertozzi e Casoni, proprio in conseguenza di quello che dice). Per non parlare dell'elogio al padiglione danese...Prenda queste mie parole come un contributo, una critica costruttiva e un'auspicio: si liberi, in sede di valutazione, di un soggettivismo perentorio e apodittico, le scelte vanno ponderate e motivate. Buon lavoro


messaggio da facebook


Verlato si salva per la componente formale concettuale da macdonald menù trangugiato in fretta pensando alla fede e al porno. E allora si salva, anche se non è tra i miei riferimenti. Bertozzi e casoni sono artigiani con un piglio concettuale. Non mi convincono, sono troppo buonisti e ruffiani. Invece ho trovato bello il connubio tra padiglione scandinavo e danese. Un approccio assolutamente legato alla poetica da anni '90 del duo
Elmgreen e Dragset, ma almeno c'è la tensione ad aprire, e ad analizzare il quotidiano inaspettato (c'è la collezione di piatti della repubblica di weimar di massimo de carlo, 32 opere di artisti senza didascalia, tanti dettagli a comporre una proposta ben precisa, eccetera). Al palazzo delle esposizioni salvo totalmente solo simon starling. Tillmans più per quello che ha fatto che per questo intervento un po' dispersivo e annacquato. La djuerberg, o come cavolo si chiama, è ok, ma un po' didattica e prevedibile per i mie gusti. Nauman maestro, buono, che però testimonia del periodo di crisi che stiamo vivendo come contenuti. Poi................roccasalva è anche tecnicamente piacevole (anche se è un pompino da de dominicis evoluto),  ma nessuno crede più alle sue situazioni d'opera....forse era meglio lo straniamento della mostra my private che fece a torino. Ma non mi convince, per me già bollito.. Cuoghi va bene, stuzzicante, ma debole. Bello tutto il materiale coinvolto per comporre la musica. Poi nulla. Mc Queen con film-idea buona. Ma un po' pesante e lento nella fruizione. Fa tanto video artista, anche se il video-documentario fra i padiglioni d'inverno è forte nella sua quotidianità straziante. Ho scovato su exibart questo commento appropriato:

Finalmente, mentre le hostess in rigoroso completo nero ripetono ossessivamente di spegnere i cellulari, le luci si smorzano e partono le due proiezioni parallele su sfarzosi schermi affiancati, un brivido scorre lungo la schiena: anche Steve McQueen è caduto vittima della famigerata “sindrome di Venezia”. Il suo ragionamento per il Padiglione dell’Inghilterra è stato pressappoco il seguente: “E adesso che faccio per la Biennale? Prendo i Giardini d’inverno, con i cani che razzolano e l’immondizia per terra, e li faccio vedere agli spettatori freschi dello stesso ambiente tirato a lucido, poi ci appiccico sopra tutta la faccenda delle identità nazionali e del colonialismo, e il gioco è fatto”.

Non proprio. Perché Giardini risulta decisamente pretenzioso e banalotto, ma anche un po’ svogliato. Che cosa ci sia poi di “non-narrativo” - come strombazza il lussuoso libretto-comunicato stampa - in questo film di 30 minuti non è dato sapere: la non-narrazione è roba fina; questa è, molto più semplicemente, narrazione noiosa, sciatta, che purtroppo il superbo lavoro di montaggio non riesce a risollevare più di tanto.

c.c.




 All'arsenale bene: pape, pistoletto, mir, holler, chan, bestuè-vives. Favaretto, se quella sue idea facesse parte realmente di un suo percorso. E invece poteva essere santiago sierra, perrone, ma anche cuoghi. Come extra biennale, coraggiosa l'evoluzione di jan fabre. Molto bella e dal sapore "definitivo", la video installazione di AES+F ad unconditional love. Padiglione italia pessimo. Niente da fare. Con molte pecche installative, tra cui il clima insopportabile (caldo afoso e umidità, veramente disumano) per fruire il video dei masdebo (c'erano sempre le stesse tre persone a guardare il video, penso avessere perso i sensi o fossere morte). Forse questo clima  "pesante" da video arte ruffiana è l'opera involontaria migliore del padiglione italia.





Non riesco proprio a capire alcune polemiche su Whitehouse. Non mi interessano i distintivi, le etichette, l'essere nel sistema, l'essere fuori, eccetera eccetera. Mi sembrano solo cose effimere che servono a nascondere carenze e incapacità. Vorrei riportare al centro  i contenuti, e i contributi che chiunque può fornire. Anche se fossero critici nei miei confronti. A patto che dietro esista un approccio sincero e argomentato. Ho la sensazione che molti non abbiano "contenuti", e che non siano in grado di argomentare. Chi non accetta critiche e satira, si innervosisce perchè consapevole delle proprie carenze. Legittimo è intervenire (voice) o stare zitti (exit)*, non  è legittimo innervosirsi e indignarsi in silenzio. Quello è segno di carenze.


*il modello interpretativo exit/voice di Hirschman per valutare il percorso della riforma per l’innovazione..
Il modello di Hirschman parte dalla considerazione che i sistemi sperimentano un calo di rendimento tipico e generalizzato, che si ripercuote nel deterioramento della qualità dei prodotti o servizi erogati; la tendenza alla flessione della qualità si inverte solo quando il management ne prende coscienza, e ciò può avvenire o in modo mediato e silenzioso attraverso l’opzione “uscita”/exit" (i clienti smettono di acquistare il prodotto, oppure i membri dell’azienda abbandonano l’organizzazione), o in forma diretta e collettiva attraverso l’opzione “voce/voice” (i membri dell’organizzazione o i clienti manifestano la loro insoddisfazione).




Sull'ultimo numero di Falsh Art ho letto, in modo approfondito, l'articolo di Luca Trevisani su Bruno Munari. In tale articolo si riflette un atteggiamento estremamente diffuso tra i giovani (e meno giovani) artisti e non solo, in italia e all'estero. Conosco Bruno Munari e condivido in pieno le argomentazioni del nostro saggio  Luca. Che Bruno Munari sia un maestro (di vita) per l'italia e per il mondo è assodato .Come è assodato che la pizza è buona, che il cioccolato piace e che un bicchiere d'acqua fresca è meraviglioso in una giornata di caldo.  Non ce l'ho con luca trevisani, il suo articolo serve per affrontare un fenomeno generale. Quest'analisi fresca, colta e saggia su bruno munari, mi sembra un operazione ruffiana e rassicurante. Chi può dire che è sbagliata? Nessuno. Chi può non essere d'accordo? Solo persone un po' stupidelle e ignoranti. E allora, perchè un essere umano definito "giovane"  si impegna, su una rivista come flash art,  in una lunga sviolinatura  su bruno munari? Ok: esiste una valore del ricordare, e nella capacità di non dimenticare insegnamenti fondamentali. Però mi sembra che la giovane arte da almeno 15-20 anni stia un po' esagerando con i ricordi, le citazioni e il recupero colto di personaggi del '900. Pensiamo alle miriadi di opere su pasolini o altri.  Ma mi chiedo: in questo momento di crisi (non banalmente economica ma di Contenuti), abbiamo bisogno di un giovane che rassicura le platee, approfondendo  atteggiamenti assolutamente digeriti e incontestabili? Non sarebbe più utile  una riflessione che abbia il coraggio di staccarsi dal '900 e che stimoli un confronto reale? 

Moltissimi giovani (non solo artisti, ma anche critici e curatori) non riescono proprio a staccarsi da una versione ormai bollita dell'arte contemporanea, fatta di un concettualismo prevedibile e relativistico, unito a soluzioni formali artigianali e ruffiane. Una sorta di "smart relativism" in cui tutto può funzionare e può essere scelto in libertà, tutto viene sostenuto da citazioni colte, tutto viene formalizzato in modo artigianale, ruffiano e rassicurante secondo quello che è ormai diventato un archetipo dell'arte contemporanea da tardo '900.

Gran parte degli artisti del padiglione italia (salvo per motivi diversi solo: montesano, verlato, chia-di poco) sono criticabili non perchè neofigurativi (tutte balle) ma perchè con il loro lavoro rassicurano lo spettatore "ignorante", offrono bombe disinnescate, offrono finti enigmi già risolti. Mentre il politico, che ha innescato la loro partecipazione, dice: "tu, artista, fai il tuo quadretto colorato e piacevole, stai là nel museo, nella galleria, fammi la tomba di famiglia, e non rompere." Questa stessa "impossibilità di incidere" la vedo nella maggior parte dei giovani artisti/curatori/critici legati allo "smart relativism". Questi propongono sempre l'archetipo rassicurante dell'arte contemporanea arrivando a soluzioni più furbe del padiglione italia, ma ugualmente spuntate come nel padiglione italia. Se vogliamo essere precisi, la loro furbizia, a volte, diventa, qualcosa di interessante, divergente e fluido (ma i casi sono rari e poco convinti). Penso all'intervento di giulio frigo alla controbiennale (costui elabora leggermente lo smart relativism), ai fumogeni usati da trevisani a manifesta, eccetera. Per rimanere a venezia, vedo molto bene gli interventi al padiglione danimarca/paesi scandinavi di Elmgreen e Dragset, e il video dei  due giovani spagnoli all'arsenale (bestuè-vives).


La grande massa paludosa pescata da lara favaretto nel canale di venezia, e posta in un giardino a formare un "monumento momentaneo" (con l'inserimento di oggetti nascosti appartenuti a personalità scomparse) è esempio di smart relativism. Questo intervento è difficilmente collegabile al lavoro di lara favaretto, è intelligente, sostenuto da motivazioni colte, ed è una buona idea. Nasce però da una sorta di "turismo creativo": ho avuto un'idea, la faccio, ne ho avuta un'altra, la faccio" eccetera. In questo caso ogni idea discende da un grande "atteggiamento diffuso"  che porta ad opere "stuzzicanti" e intelligenti ma prive di una personalità. Quest' opera sarebbe potuta essere di diego perrone o, soprattutto, di roberto cuoghi. Come la stanza della didattica di bartolini poteva essere una perfetta opera di alberto garutti (come dice lui" etica e amorosa"). Questo relativismo intelligente e colto ricade  sempre in soluzioni formali omologate rispetto ad uno standard ormai conservatore e stantio. L'articolo di trevisani si comporta esattamente nello stesso modo. E' corretto, colto, giusto, formalmente serio ma anche spiritoso, e soprattutto non criticabile. Criticare il lavoro di bruno munari sarebbe da deficenti. Ci si potrebbe dimenticare di munari, ma allora che non sia luca trevisani a farcelo ricordare. Che  luca scriva di altro. Alcune cose possono essere anche solo pensate e messe in pratica. L'articolo viene  lanciato, e appena tocca il suolo si dissolve in pensieri e parole che volano. "Trevisani oltre ad essere un bravo giovane artista, scrive anche, che bravo...". Questa "correttezza" non porta a situazioni molto diverse dal padiglione italia. Forse, se nel primo caso si rassicura la massa e la politica, nel secondo si arriva a rassicurare anche il giovane critico o il collezionista raffinato "attento ai giovani". Questa dinamica porta la situazione poco più in là di un clima da Ikea raffinata. Questo succede in italia come all'estero, pochi (forse solo all'estero, ma lentamente li sto scovando anche in italia) sono i giovani interessanti. Ma questo è anche normale se abbiamo realmente rispetto della storia e della complessità raggiunta dalle arti visive.

Un giovane dovrebbe sempre attrarre critiche, rischiare ed osare. Rischiare concettualmente e formalmente. Un giovane, fino al consolidamento, non dovrebbe vivere di arte (banalità che non viene mai realmente considerata). Anche se il giovane vive sulle rendite di genitori e nonni, questo è un male travestito da "godimento temporaneo". La frustrazione e la sofferenza, unite a lucidità, energia e contenuti forti sono ingredienti imprescindibili. E piano piano sto scovando questi giovani.


La frustrazione è cancerogena se non vissuta in maniera coscente. In una parola se chi sbatte la testa contro il muro sa che lo sta facendo non per rompersi la testa ma per rompere il muro. Spero che tu stia trovando persone che rompono muri e non piagnucolosi con la testa rotta.

Io non mi sono mai posto come santone-guru-talent scout. Vedo però che in molti mi scrivono. Da qualche settimana vedo qualche luce. Tutto quà, staremo a vedere se sono luci fatue o meno. Hai ragione, la frustazione fertile è quella consapevole, e soprattutto quella che riesce a dare il giusto valore alle cose. Per esperienza posso dire che è molto più efficace una frustrazione lucida e consapevole rispetto al ricevere i favortismi del quartierino. Nessuno aspira al successo o alla fama. Si aspira alla possibilità di sfogare al meglio le proprie urgenze attraverso l'opportunità di essere ascoltati sinceramente.



 
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giovedì, 30 luglio 2009

Sunset Boulevard

La mia è un' azione quotidiana, una prigione e un trampolino. Uno spazio vuoto apparentemente libero ma che in realtà nasconde delle catene (per me). Non so in quanti hanno colto questo aspetto di Whitehouse al di là delle banalità sul sistema e delle critiche. Critiche è banalità servono nel definire una situazione, un contesto d'azione. La cosa buffa è che molti "critici" non riescono ad accettare/rispondere alle "critiche". Non accettano nemmeno la satira, monito a  non prendersi troppo sul serio. Chi si prende troppo sul serio, solitamente, nasconde la consapevolezza delle prorpie carenze.

Mi interessa molto indurre una riflessione personale, piuttosto che eleggermi ad agitatore di piazze. Il potere, in tutte le sue declinazioni, è argomento complesso e sdrucciolevole. A me però piace "interessarmi" e "confrontarmi", con tutti i rischi del caso. Anche perchè considero il "potere" , di cui parlo, una sorta di "tigre di carta" che ha deluso (guardando gli ultimi 15-20 anni) e che è destinata a deludere tutti, anche gli stessi "addestratori".

I progetti e gli obbiettivi predefiniti mi lasciano molto scettico. Preferisco una dinamica quotidiana simile al "gioco organico" dove le urgenze si materializzano attraverso "reazioni istantanee". Quindi non mi sento un adulto che pianifica noiosamente, piuttosto un bambino che gioca a causa di urgenze e bisogni naturali che trovano la loro "giustizia" nel loro semplice manifestarsi. One Calder, il progetto alla T293 e la reazione di Zero sono stati interventi nati così. Ma in questo non mi interessa il mio ego o la mia vanità. Mi interessa di più riflettere sulla crisi di ruolo dell'artista e sulla crisi del suo linguaggio. Con riferimento allo stile Gonzo in Whitehouse si sintetizzano tutti i livelli del sistema. In questo modo viene definita una piattaforma teoricamente indipendente ed autosostenibile che, "bypassando" il sistema dell'arte, è in grado di innescare un contesto critico di riflessione. In questo modo si definisce una situazione "privilegiata" dove è possibile osare,  girare i tacchi e andare in direzioni imprevedibili (ma non necessariamente opposte). Per esempio mi sembra molto più interessante l'immobilità piuttosto che la mobilità (e non solo filosoficamente parlando), mi interessa maggiormente sprofondare in un punto piuttosto che l'ennesima residenza all'estero o le ciance rassicuranti e prevedibili del corso Ratti. Infine definirò presto  anche una versione in inglese di whitehouse visto che molte dinamiche sono assolutamente internazionali.






www.lucarossi.com/


www.flashartonline.it/interno.php




www.ecn.org/lucarossi/









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giovedì, 30 luglio 2009

Grizzly Man

La crisi economica sta, banalmente, agendo sul mercato dell'arte riportandolo su valori consolidati. Ma nel caso dell'arte assistiamo anche ad una crisi di contenuti senza precedenti. La saturazione e sovrapproduzione di opere e artisti portano  omologazione ed appiattimento dei contenuti. Se in postproduction di nicolas bourrioud gli artisti diventano come DJ che remixano in modo originale gli ingredienti del '900, ad oggi gli stessi artisti e le loro opere-mix vengono remixiate da curatori, direttori, galleristi. Se i contenuti perdono di incisività sono le relazioni pubbliche e private su cui si può contare che fanno la differenza. Quando le relazioni precipitano diventano curriculum vitae. Poco tempo fa ho eseguito questa azione:




vedere un luogo che non c

 

 

 

Senza titolo, immagine digitale, schermo computer, 2009.

 

 

 

 

 

Dal sito internet della Galleria Zero di Milano ho prelevato l'immagine digitale di un'opera. L'immagine faceva riferimento all'installazione dell'opera nella precedente sede della Galleria Zero. Ho oscurato l'opera arrivando ad una forma "incerta". La fruizione dell'immagine è relegata ad un "media" che possa consentire una fruizione mediata (computer, rivista, eccetera). Dopo alcuni giorni la Galleria Zero ha tolto tutte le immagini delle opere dal proprio sito lasciandovi unicamente i curriculum vitae, e quindi i risultati delle relazioni pubbliche e private. I contenuti perdono di centralità.

 

La reazione è stata perfetta perchè ha reso esplicita la centralità delle relazioni e la perdita di centralità delle opere.  L'autorialità è affidata alle relazioni pubbliche e private. I contenuti sostenuti da queste relazioni devono semplicemente raggiungere una sufficienza standard. Lo spettatore non muore, ma subissato di proposte, preferisce affidarsi alle relazioni e ai curriculum viate:

ho condiviso la critica a Pikler &co, che tutti invece osannano: credo che sia stato giusto far aprire gli occhi a chi questi occhi non li vuole aprire, perchè è faticoso tenerli aperti, soprattutto quando ciò che devi vedere è ACCIECANTE: perchè rimette in discussione tutte le facili e rassicuranti certezze? E' molto più facile potersi affidare ai Guru (de carlo, minini, zero...pikler) piuttosto che doversi mettere sempre in discussione e soprattutto doversi fidare del proprio gusto e della propria intelligenza e sensibilità. molto meglio affidarsi a chi mi dice  quello che devo comprare o andare a vedere (perchè certamente di valore)...la storia di Maddoff in finanza è la stessa cosa! come non fidarsi A OCCHI CHIUSI  del capo indiscusso di wall street?

email firmata

 

 

 

Mi sembra che stiamo vivendo una crisi di ruolo dell'artista e del suo linguaggio. Il giovane artista alla trevisani o alla jordan wolfson viene preso in fasce e addomesticato all'interno dello steccato rassicurante dell'arte contemporanea (questo oggi come 15 anni fà). In questo caso l'artista è, più o meno consapevolmente, più o meno in mala fede, connivente. Dopo, tutto è in discesa. Il giochino si rompe  quando anche gli stranieri iniziano a sentire una concorrenza e una saturazione sfissiante. In italia Angela Vettese dichiara ad undo.net, relativamente alla biennale 2009: "nonostante quest'italia, una bella biennale". Ecco ancora la scusa dell'italia fascista e arretrata per nasconedre le responsabilità degli operatori senior italiani. Costoro, formati nelle difficoltà e nella frustrazione da DC, ci stanno restituendo il loro dolore. La Vettese  (che ad oggi influenza una scuola IUAV e 3 centri di promozione della giovane arte: viafarini-care of, bevilaqua la masa, ratti) ed altri sono chiusi su loro stessi e pensano solo a mantenere il loro orticello senza alcuno slancio. Vivono la promozione dell'arte come una pretesto per autolegittimarsi vicendevolmente in una sorta di orgia sterile e deludente. Non è colpa delle istituzione arretrate italiane (come ci vorrebbero far credere). Perchè quando si vuole glorificare ulteriormente il proprio stipendio e la propria vanità si riesce ad organizzare un evento complesso come il Festival d'Arte Contemporanea di Faenza? Com' è possibile? Quando si vuole si fa molto. Questa energia non viene messa al servizio dell'arte e della giovane arte ma dei propri interessi personali . E quei 4 giovani artisti, accarezzati  e idolatrati dal sistema, che non si accorgono di niente (tadiello, trevisani, calò, angioletti,cattaneo ecc ecc) o fanno finta. Non si accorgono che questo sistema sta precarizzando il loro futuro e la loro dignità. E loro lì che fanno i dimessi-colti, scialbi e pretenziosamente intelligenti. Ma quale intelligenza? Vivete in un sistema matrigno che vi deluderà relegandovi a "mantenuti". E anche se siete consapevoli conniventi rischiate di diventare assuefatti e incapaci di movimento come statue di sale. Patrick Tuttofuoco rappresneta un interessante esempio della generazione precedente di giovani artisti. Non è questione di prendersela con una persona ma serve per poter alimentare una riflessione vitale. Da quì vedete come le degenerazioni di un sistema (italiano, ma vediamo le stesse dinamiche anche all'estero) possa andare ad incidere sugli stessi contenuti relegando l'arte contemporanea ad una sorta di ikea raffinata:

 

         http://www.exibart.tv//news/2008_lay_notizia_02.php?id_cat=78&id_news=6411


 




In italia un sistema monopolistico, basato su banali racomandazioni e favoritismi , si incontra fatalmente con esterofilia (complessi di inferiorità sulla natura italiana) e una totale assenza di un contesto critico e meritocratico. Questo stato di cose disincentiva e mortifica la qualità, e favorisce negli anni la fuga dei migliori cervelli verso settori più oggettivi e meritocratici Questo sistema italiano "maturo" del contemporaneo permane, nella sua inefficacia già da 15-20 anni, e può già far sentire le proprie ricadute negative (se andiamo a vedere concretamente i risultati prodotti).

Coloro che guidano questo sistema agiscono all'interno e ,allo stesso tempo, operano "da dogana internazionale" capace di intercettare i curatori esteri che scendono nella penisola (questo concetto viene presentato nel post: "My Valley"). Queste dinamiche mafiose e sterili, sono ahimè, banali e prevedibili. Sembra che in italia un certo berlusconismo e andreottismo salti fuori  in molti di coloro che vengono a contatto con posizioni (minimamente) potenti. La cosa buffa è che, nel sistema dell'arte, tutti gli operatori tendono a sfoggiare un progressismo new liberal . Tale progressismo diventa la  maschera per una sorta di berlusconismo strisciante e fuori controllo. Nel corso del blog ho portato mille esempi su come agisca tale dinamica.

Ho un coro di agguerriti che mi chiedono alternative concrete e maggiore chiarezza nei post. Per il secondo punto posso dire che interpreto questo blog anche come un'azione-performance quotidiana dove a volte si vuole semplicemente esprimere una forma di "energia" attraverso un blob/g. Non si tratta solo di "sterile arrabbiatura" ma anche di una compensazione naturale alla poca energia che vedo in italia, e non solo, in questa fase congiunturale. Quindi mi piace molto che venga comunicata quest'acrediene, questo livore, a prescindere dai contenuti.

Detto questo i post sono fondamentalmente scritti in modo naif e diretto. Semmai hanno una componente "schizofrenica controllata", ma questo è nell'ottica del blog. Come ha già scritto procedo attraverso una sorta di "gioco organico". Una bambino quando gioca è sempre nel giusto e non si pone obbiettivi. Gli obiettivi si raggiungono autonomamente dal momento in cui il "gioco del bambino" è "giusto". Gioco "organico" perchè si sviluppa in modo istintivo e naturale proponendo cose nuove e rivalutando cose vecchie. Ripeto spesso perchè voglio fissare bene alcuni concetti che chiariscono il contesto. Repetita iuvant. Anche molte cose che ripeto sono risapute da tutti. Ma nessuno le hai mai messe nero su bianco. Non è scontato definirle e ripeterle fino ad aumentare la consapevolezza. Nell'arte succede quello che in italia (e non solo, smettiamola di avere questo provincialismo de mierda) succede in ogni settore. Bene. Diciamolo. Solo da una grande e nitida consapevolezza può nascere una reazione e alternative concrete. Basta essere ingenui e superficiali per capire le collusioni del sistema italiano. Tali collusioni mi sembrano banali degenenerazioni del potere che esistono in ogni settore. Ma è giusto sapere che ci sono e sciverle. Come quelle navi che procedono nei mari del Nord. Importa sapere che sotto l'iceberg c'è qualcosa di ancora più grande e pericoloso. Non avrebbe senso perdere troppo tempo a capire la grandezza e le dimensioni esatte dell'iceberg. L'importante è sapere che c'è (ed evitarlo). Quindi non mi interessa perdere neanche troppo tempo a fare il "Report dell'arte", è tutto banalmente sotto il naso di tutti. Ma questo non è un buon motivo per tacere e far finta di nulla.

Come ho scritto più volte non si tratta di fare la rivoluzione o di distruggere il sistema. La cosa sarebbe stupida, improbabile e ingiusta. Gli operatori attuali del sistema sono gli unici che hanno avuto le capacità e la determinazione per affermarsi minimamente. Il problema è che il loro atteggiamento, per alcune specificità italiane, sta degenerando da almeno 15 anni. Non lo dico io ma i fatti concreti. Gli artisti italiani di ieri e di oggi (apparte 3 eccezioni) discendono da una classe benestante che permette loro di autosostenersi attraverso la Genitori-Nonni Foundation. E' così per tutti gli artisti che l'italia ha lanciato negli anni '90, e che oggi hanno solo una ruolo da comprimari. Ho già fatto gli esempi concreti 60.000 volte. Il mio potrebbe sembrare qualunquismo, ma in qualche modo devo comunicare una tendenza assolutamente radicata e pericolosa. Pericolosa perchè crea illusioni-delusioni, mortifica la qualità prodotta negli anni e disincentiva una formazione adeguata degli operatori ad ogni livello (artisti,curatore,galleristi, collezionisti, ecc ecc).

Il blog vive neanche da 3 mesi e ha già lanciato 3 iniziative concrete e ha una media di 150 visitatori al giorno. In questa fase mi piacerebbe aumentare bene la consapevolezza di un contesto italiano in rapporto al contesto internazionale. E' già pronta una piattaforma in inglese di WHITEHOUSE che verrà lanciata nel momento giusto. Tutti i giorni viene praticata una tecnica del malocchio (la Defissione) nei confronti degli operatori del sistema. Questo non con intenti "cattivi" ma solo per favorire una ridefinizione del loro ruolo. Allo stesso tempo sto definendo altre iniziative "reali" per la prossima stagione.


Credo che alternative possano nascere da ognuno, nella definizione delle proprie scelte. Seguire quella rivista, guardare quella mostra,comprare quell'opera, ecc ecc. Ma soprattutto credo sia fondamentale che ognuno raggiunga una maggiore lucidità di giudizio a prescindere dalle indicazioni fallaci del sistema. Questo è fondamentale. Poi, non si deve fare tutto in un giorno. Credo che questo blog possa anche far riflettere, e quindi aumentare la consapevolezza per energie nuove del sistema.

Alternative concrete discendono da questo blog o, perlomeno, io le avrei molto chiare in testa. Un sistema italia che possa realmente incidere di più sul sistema internazionale. Però non voglio neanche  fare il lavoro di operatori inetti e senza idee, che tendenzialmente di fronte a critiche legittime si barricano dietro un sofisticato e colpevole silenzio (contenti loro di quello che hanno..). Da quì si vedono le carenze italiane. In qualsiasi altro paese (per esempio in Svezia dove ho vissuto) questo blog sarebbe stato accolto da tutti positivamente. Invece in italia, afflitti  da complessi di inferiorità, si accusa subito il blog di "essere il solito bar sport italiano". Quando invece, con un misero blog, sto cercando solo di formare un dibattito critico, totalmente assente in italia. Ma più avrò difficoltà e più diventerò diabolico.



Watching Calder Videos Dry and Pizza with Simon

a cura di Mr Rossi

one calder2

 







 





Inaugurazione: venerdì 22 maggio 2009, ore 19.00
Periodo: 23 maggio - 30 giugno, 2009
T293, Via Tribunali 293 – 80138, Napoli, Italia
T   +39 (0)81 295882   F +39 (0)81 2142210
info@t293.it www.t293.it
Orari: martedì – sabato, 12.00-19.00

 


Questo nuovo progetto presentato presso la galleria T293 vuole essere l'ideale continuazione di ONE CALDER (in corso, via ventura 5, milano). In questo caso viene chiesta la collaborazione dei lettori di WHITEHOUSE: una semplice telefonata da qualsiasi parte d'Italia al fine di ordinare una pizza margherita. La pizza dovrà essere consegnata in qualsiasi momento durante gli orari di apertura della mostra presso la galleria T293 in via dei Tribunali 293. Si potranno individuare i numeri di telefono delle pizzerie direttamente su google.com digitando: pizzeria asporto napoli. Viene proposto di reagire concretamente ad un'urgenza. Eseguire quella telefonata risulta fondamentale per testimoniare tale urgenza a voi stessi.

Anche in questo caso, come in ONE CALDER,  la temperatura e l'atmosfera della progetto espositivo sono assolutamente specifici a quella determinata situazione e indescrivibili. Una "mostra personale di un giovane artista straniero", che rappresenta uno standard rassicurante, incontra una dinamica più fluida per poi definire una terza dimensione di significato e significante.

Il progetto non vuole assolutamente sollevare alcuna polemica o scontro verso la galleria T293 e il suo staff.

Potete individuare i numeri di pizzerie da asporto a napoli direttamente su google.com. Il consiglio è quello di non fermarsi alla prima pizzeria da asporto che si incontra ma di cercare un minimo digitando sul motore di ricerca: pizzeria asporto napoli.



Un bigliettino trovato in un bar
"Le Dieci Fasi dell'Ubriachezza umana"
0.Sobrio
1.Spiritoso e Affascinante Parte I
2.Ricco e Potente
3.Benevolo
4.Chiaroveggente
5.Vaffaculo alla Cena
6. Patriottico
7. Metti in moto l'Enola Gay
8. Spiritoso e Affascinante Parte II
9. Mangiare la pizza
10.A Prova di Proiettile

 

 

 


 

 


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giovedì, 16 luglio 2009

A dir qual'era 2


Nel 2004 Nicolas Bourriaud, nel suo libro Postproduction, parlava dei giovani artisti come fossero DJ che stavavo mixando le correnti e gli ingredienti del '900, arrivando così, a risultati nuovi ed "originali". Attualmente, con la crisi del ruolo di artista (preponderanza di relazioni e luoghi) e del linguaggio dell'arte (archetipi formali-concettuali rassicuranti), sono i curatori che hanno il compito di remixare gli stessi artisti-dj all'interno di progetti "inediti". La biennale di venezia, ma anche la mostra di bonami e c. a punta della dogana sono sostanzialmente dei mix ben calibrati tra punti di riferimento del '900, individualità post-muro di berlino e artisti-DJ che remixano trasversalmente gli ingredienti del '900.

Curatore" in senso più neutro e allargato "come colui che cura", colui che cura  un secondo  livello di mixaggio. Una definizione che può includere altro rispetto alla definizione tradizionale.  Il "curatore" diventa lui stesso un DJ con intenti artistici. Una sorta di post-post-produzione. Le mostre assumono atmosfere e temperature specifiche mentre il curatore è sempre di più autore, regista, artista. Ma forse è lo stesso "artista" che deve diventare più fluido.

Il pericolo di ruolo che sta vivendo l'artista-post-2000 è quello di diventare una sorta di artigiano contemporaneo capace di proporre soluzioni da IKEA raffinata ed evoluta. Ma forse queste deriva decorativista (inconsapevole), e la preponderanza delle relazioni pubbliche-private sono tendenze inevitabili.  Di fronte a tali tendenze gli artisti hanno due strade percorribili. La prima è quella di assecondare la situazione diventando ottimi artigiani del contemporaneo. La seconda, e più eccitante, è quella di reagire sperimentando una nuova "fluidità d'intervento". Tale fluidità deve procedre coinvolta   nel sistema e, allo stesso tempo, sinceramente indipendente. Tale approccio non è ingenuo e romantico come potrebbe sembrare. Anzi, si tratta di un approccio  per cui anche  l'impiegato anonimo può essere qualcos'altro, mentre il giovane artista alla lucatrevisani si ritrova "artigiano burocrate".

Il sistema oligarchico italiano è una sorta di casta solidale dove tutti sono collegati con tutti in un vortice di autoreferenzialità e autolegittimazione. In quei pochi paesi dove esiste un sistema maturo dell'arte contemporanea esiste un sistema di questo tipo, capace di creare tendenze di gusto e di mercato. E quindi "valore". In italia tale sistema tende a degenenerare in un monopolio inefficace sul lungo periodo (una specie di orgia dove non nascono bambini ma orgasmi strozzati). Infatti il monopolio esiste già da 15 anni e finalmente si possono tirare le somme. Che fine ha fatto la leva  "stellare" degli anni '90 di garutti? E gli altri? Potrei fare mille nomi. Apparte tre casi particolari emersi da paesi esteri, gli artisti italiani giocano nel sistema internazionale un ruolo da comprimari. E' inutile che luca cerizza tiri fuori i suoi fatti e le classifiche di frieze. E' ovvio che il sistema internazionale deve delle quote (rosa?) all'italia, come paese che "paga" e che presenta gallerie e collezionisti che "pagano". Se però guardiamo alle mostre internazionali che non avvengono in italia e che non sono sotto l'egida di bonami-gioni, cosa troviamo dell'italia?

Il sistema monopolistico è ovviamente capace (anche attraverso l'alleanza gioni-bonami) di intercettare (come unico referente) il curatore o l'istituzione estera che si interessa dell'italia (esempi recenti manifesta, biennale, triennale). Il curatore che viene a curare una mostra importante in italia si rivolge al sistema monopolistico che fornisce una lista di artisti tra cui scegliere in base alla reali esigenze della mostra. Tale pratica  è semplice e veloce. Il curatore estero, pagato con soldi italiani, non si esime di certo.  Tale pratica è fondamentale per supportare/legittimare ulteriormente  quelle tendenze che il sistema sceglie e glorifica al suo interno. Tale pratica è anche pericolosa perchè fornisce illusioni e delusioni ad ogni livello del sistema, e contribuisce anche ad affossare e tarpare la crescita dell'artista di turno. Parlate con tuttofuoco o con altri.

 

Gli operatori "maturi" (vettese, cavallucci, di pietrantonio, bonami, gioni, sacco, pratesi, zani, decarlo, bonacossa, farronato, maraniello, lacagnina, colombo, giannelli, eccher, ecc ecc) si sono formati  professionalmente nella frustrazione e nell'astio  della cultura da obitorio della democrazia cristiana e dell'italia anni '90. Quelle difficoltà e quella fatica portano oggi ad uno stato di passivo compiacimento per la minima autorevolezza raggiunta. Questo inibisce la capacità di avere una progettualità che vada oltre la coltivazione del proprio orticello di provincia. Costoro dopo tanta fatica per raggiungere un posticino minimamente autorevole nella provincia italiana di berghatello si sono semplicemente seduti. E sono anche un po' astiosi. Non fanno eccezione i più giovani che hanno studiato all'estero. Costoro hanno vissuto l'astio della fuga, unito ad esterofilia e complessi di inferiorità verso un'italia poco esotica, e immancabilmente tacciata di mafia-mammoni-spaghetti.  Jerry Saltz, sessantenne critico del new york times (e anche nel comitato della fond. trussardi), coetaneo di alcuni di questi, ha un'energia da giovinotto e ogni giorno lancia opportunità di dibattito su facebook. Dibattito sul sistema dell'arte, sull'arte e non solo. Senza ipocrisie e rispondendo a tutti. In questo le accuse da "bar sport" non esistono (come accusa tipicamente l' italiano/a  medio/a afflitto da complessi di inferiorità sulle proprie origini). Altro che quel silenzio colpevole in cui si avvolgono molti operatori. Questa generazione di operatori italiani maturi e stanchi porta due problemi: da un lato crea illusioni e delusioni verso tutti i livelli del sistema, e dall'altro satura il sistema contribuendo a precarizzare ulteriormente le generazioni più giovani ("curatology generation"). Le generazioni più giovani (artisti compresi) vivono uno stato di paura e precarietà che conduce fatalmente all'omologazione e al compiacimento reazionario. Su i giovani, oltre ad agire l'incapacità e l'oppressione degli operatori più maturi, agisce  la solita esterofilia che mitizza l'estero e ci rende brutte copie dell'estero. Coloro che tentano di osare e radicalizzare (sia giovani che maturi) vengono emarginati e ghettizzati. Tagliati fuori da un sistema monopolistico che intercetta e blocca sulle alpi gli interessi e la curiosità del sistema internazionale.

Inutile dire che, in questo sistema precario in cui pochi gestiscono tutto (o quasi tutto), e dove tutti sono legati da interessi professionali, la capacità di critica  venga totalmente annullata. "Non critico quello perchè non si sa mai...faccio questo tipo di lavoro per essere accettato...". Tutto compiacente e sterile. Questa cosa è grave soprattutto per la formazione degli artisti. Si viene portati a scimmiottare urgenze che non sono proprie. Si viene portati a non prendere in considerazione la propria  Natura. Questo porta a scimmiottare quello che non si è, e a diventare (nel migliore dei casi) delle brutte copie degli originali. Molti artisti italiani portano avanti un lavoro che potrebbe essere considerato una sorta di "turismo creativo" dove idee fine a se stesse possono essere scambiate tra vari artisti (al volo penso a bartolini, favaretto, rubbi,grilli...). Una sorta di relativismo colto e privo di Urgenze di cui ho già parlato.


Dicevo la mancanza di critica in italia. Alla fine exibart con il suo sapore omnicomprensivo e popolare è l'unico spazio dove si sviluppa un dibattito critico attraverso contributi un po' più coraggiosi (sigolo) e con una democrazia dei messaggi (a volte anche seccanti). Flash Art, stimolata dalla crisi e dal duo mousse-kaleidoscope, ha innescato un minimo di dibattito con la risposta di italo zuffi a due articoli di cavallucci e sacco. Anche l'attenzione della versione internazionale di flash art per la gastronomia molecolare è una segno positivo. Mousse e Kaleidoscope sono una il supplemento dell'altra. Mi sembrano le camerette affascinanti di due adolescenti (ascari e bonaspetti). Sono due riviste ben fatte e piene di energia. Ma sono eccessivamente esterofile e inebetite a guardare il mitico e bellissimo sistema internazionale (che poi, fa ridere, perchè si tratta di USA ed Europa). Scimmiottando troppo quello che non sono e sono fissate (proprio come le camerette degli adolescenti) su un 'unica linea. In questo caso il vintage-fighetto-mitteleuropeo-USA (come dice un mio corrispondente).

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domenica, 12 luglio 2009

Mostra di Tuttofuoco a Milano

Clicca quì per vedere commento di guenzani alla mostra di tuttofuoco:

http://www.exibart.tv//news/2008_lay_notizia_02.php?id_cat=78&id_news=6411

Traduzione del commento: PT è in crisi, ha capito che la risposta non è nel viaggiare di quà e di là ma in una riflessione immobile (da quando vive a berlino i suoi lavori sono spuntati). Quindi si ferma, e per continuare a poter fare l'artista di professione e mantenersi con un lavoro-non-lavoro, pensa ad una mostra da "pilota automatico" con piccoli oggetti (meglio vendibili) che scopiazzano a piene mani dal '900 senza portare alcuna novità. Per poter sostenere ciò che non è sostenibile decide di collegare la mostra ad un libro che ha letto sulle personalità multiple. La citazione colta è ormai (insieme al prestigio delle relazioni) l'unico modo per sostenere alcuni lavori. E così, PT scopre l'eccletismo, concetto che probabilmente è stato scoperto per la prima volta dall'uomo primitivo e ripetuto  milioni di volte in arte. Io credo che Guenzani e PT ci vogliano prendere in giro. Sicuramente qualche collezionista sprovveduto cadrà in questa trappola.

 Questo fatto è un'esempio di come una relazione prestigiosa (guenzani e la sua storia) possano sostenere qualsiasi opera, qualsiasi artista e qualsiasi mostra. A prescindere dalla qualità. La cosa più triste e che ci siano persone (collezionisti e altro) che possano giustificare questa mostra al di là di un giudizio lucido e indipendente. Il rischio è che col fatto che l'arte appare come qualcosa di leggero e soggettivo, possa essere accettato tutto in una dinamica relativistica e sterile. Questa mostra di PT arriva furbescamente ad essere acettabile-probabile attraverso una pratica accademica e di maniera. L'acquisto di PT e delle sue opere equivale ad accaparrarsi un "trofeo di caccia", un feticcio-gingillo da sfoggiare in platee e case lussuose/snob. Si tratta di una forma degenere e sofisticata di Ikea. Guardate quì:

http://www.ikea.com/it/it/catalog/products/90062164

 

Questi giovani artisti, privi di Urgenze, ma semplicemente rivolti su una riflessione concettualmente e formalmente "non originale", annoiano. Ormai sono un esercito. Non è neanche colpa loro. Sono costretti dal sistema e dalle necessità personali. In ogni paese il sistema dell'arte contemporanea li sostiene ad oltranza per giustificare e legittimare lo stesso sistema e  il suo apparato commerciale. Il commercio è assolutamnte legittimo e fondamentale, ma si può sviluppare in modo più intelligente e sincero rispetto alla storia. A mio parere, un giovane artista che ha portato intelligenti novità commerciali e contenutistiche è tino seghal. Vedo pochi artisti che riescono a lavorare in modo proficuo e intellettualmente onesto rispetto al loro ruolo e al linguaggio dell'arte. Vedo molti giovani artigiani del contemporaneo e impiegati di lusso che, come PT, producono oggetti accattivati e difficilmente criticabili. Senza osare, senza slanci, solo per mantenere lo status quo in modo saccente e colpevolmente silenzioso. Molti vecchi sono, ancora oggi, tremendamente più trasgressivi  e innovatori rispetto a questi giovani inetti. Sicuramente la colpa, come detto più volte, è anche del sistema. E il sistema italiano, per motivi specifici, è particolarmente matrigno e deludente (ormai ci sono 15 anni dietro di noi che ne sono la prova). Inoltre il sistema italia può sempre difendersi dietro l'alibi-scusa di un sistema istituzionale povero e arretrato. Tutte balle. Gli opeatori italiani, quando hanno voglia di fare, incidono sull'estero. La maggior parte non è ha voglia, tira a campare, e trova l'alibi dell'italia sfigata e poco esotica. Angela Vettese in una recente intervista su Undo.net dichiara: "..una bella biennale nonostante l'italia...". Un'italia che ti paga da ogni parte e fondazione e che ti ha permesso di avere quel minimo di autorevolezza. Io starei un po' più attenta su quello che dichiaro. L'immagine di un'italia stanca fa comodo agli operatori senior del sistema per nascondersi dalle loro responsabilità.  I senior sono fermi nel mantenere le loro posizioni e i giovani trovano quelle posizioni saturate dai senior, privi di un contesto fomativo adeguato. Ma non servono riforme ministeriali. Serve un contesto critico più aperto e meritocratico. Solo in italia si perpetua ancora un certo snobbismo intorno al sistema dell'arte, è ora di smetterla. I nomi sono sempre quelli, sono stanco di ripeterli.

Ritengo l'intervista a guenzani sulla mostra di tuttofuoco particolarmente interessante nel fotografare la situazione generale. Non ci sono altre parole.

Oltre all'accusa "bar sport" leggetevi il post bar international (yesyesyes!). Altra accusa patetica e sintomatica di un complesso di inferiorità che pervade il sistema italia, è quella che whitehouse nasconde un artista frustrato. E allora sapete cosa dico: l'artista fino al momento di un reale consolidamente deve essere "frustrato". Deve assaporare la polvere. Deve stare male. Deve stare malissimo e, allo stesso tempo, essere indipendente da tale "dolore". Questa è l'unica chiave per rispondere sinceramente allo stato della storia e allo stato di crisi. Gli insuccessi sono tremendamente fertili e quindi preziosi per i giovani. Questo all'estero è chiaro: jhon baldessari lo insegna tutti i giorni durante le sue lezioni. Questo mito del giovane artista di successo è tremendamente anni '90, trash e arrogante nei confronti della storia. Nei prossimi giorni pubblicherò una bellissima corrispondenza tra me e Meris Angioletti. Ho attaccato spesso Meris. Ma almeno lei (insieme ad altri) non rifugge il confronto e dimostra una rara onestà intellettuale che alcuni delle generazioni prima di lei non hanno. Questo perchè i vari critici e artisti italiani cresciuti negli anni 90 hanno sofferto in un clima arido e difficile. Oggi ci restituiscono quella frustrazione in termine di arrogante silenzio, acredine, complessi di inferiorità, poca professionalità eccetera. La generazione di Meris (pur dentro a logiche incestuose e malate) ha una maggiore serenità intellettuale. La solita mano che mi scrive le critiche (bar sport eccetera) ha semplicemente sofferto e ora non può ammettere whitehouse, perchè cadrebbero anche quelle precarie palafitte su cui ha basato la propria carriera. Cadrebbe quella gabbia uncinata dentro alla quale, tale mano, si è mossa e ha strutturato un minimo di "certezza". 

breaking news: nella quasi indifferenza generale Rossella Biscotti ha realizzato un bel progetto presso la Fondazione Nomas di Roma:

http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/pressrelease.pl?id=1238582681&day=1238796000

 

postato da: rossiluca alle ore 13:23 | link | commenti | commenti
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giovedì, 09 luglio 2009

Padiglione Italia 2009

ONE CALDER

                                      a cura di Mr Rossi




one calderLa famiglia di Calder è di stampo artistico. Il nonno di Calder, lo scultore Alexander Milne Calder, nacque in Scozia ed immigrò a Philadelphia nel 1868. Il padre, Alexander Stirling Calder, era un noto scultore che ha prodotto molte installazioni pubbliche, per lo più a Philadelphia. La madre di Calder, Nanette Lederer Calder, era una ritrattista professionista che condusse i suoi studi presso l'Académie Julian e presso la Sorbonne a Parigi dal 1888 al 1893. In seguito si spostò a Philadelphia per frequentare l'Accademia delle Arti della Pennsylvania (Pennsylvania Academy of the Fine Arts)[1] , qui incontrò Alexander Stirling Calder e lo sposò il 22 febbraio 1895. Un anno dopo, nel 1896, nasceva la sorella di Calder Margaret “Peggy„ Calder una delle personalità importanti nella fondazione del Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive[2]. Nel 1902, all'età di quattro anni, Calder posò nudo per la scultura del padre The man Cub (il cucciolo dell'uomo) ora ammirabile al Metropolitan Museum of Art a New York. Da questi presupposti e dall’opera The man Cub si parte per definire la mostra collettiva “ONE CALDER” che se riportata/ribaltata in una dimensione italiana diventa “calderone”. Un vortice  dove regna una straziante e lancinante serenità.  Come lo scorrere triste di un finale partita quando tutto sembra inutile e la verità e i reali obbiettivi sono ancora più evidenti e micidiali. L'incontro-scontro di due "mondi" per ottenere solo macerie insignificanti.

Sede espositiva: Zona Ventura, Via Ventura 5 (usciti dalla galleria massimo de carlo a destra e sempre dritto al primo stabile)

Inaugurazione: venerdì 15 maggio, ore 17:00

(mostra aperta dalle ore 10.00 del 15 maggio)

Durata: 15 maggio  –  tendente  all'infinito

Orario: lunedì – sabato ore 09:00 / 18:00

Per informazioni al pubblico: housewhite1@gmail.com

Artisti invitati: a sorpresa

E–mail: housewhite1@gmail.com   Sito web: http://www.whitehouse.splinder.com/

postato da: rossiluca alle ore 23:40 | link | commenti | commenti
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giovedì, 02 luglio 2009

Tutti "curatori"

Se è vero che stiamo parlando di post-post produzione, la definizione tradizionale di "curatore" va ribaltata e allargata. Non solo gli artisti mixano come DJ i migliori ingredienti del '900, ma gli stessi curatori remixano, nei loro progetti, le opere e gli artisti già mixati. Un mix dei mix per arrivare a proposte "inedite" e nuovamente appetibili. Gli artisti come colori di una tavolozza in mano ai curatori. Esempio lampante: la mostra "eppur si muove" curata da tre giovani curatori stranieri alla fondazione sandretto re rebaudengo. In tutto questo c'è finalmente poca impocrisia e consapevolezza: i curatori dichiarano platealmente i loro intenti "artistici" (i tre curatori alla sandretto, ma anche grulli e altri al recente curatology).

L'artista come può reagire? Secondo me "curatore" è "colui che cura qualcosa". Tale definizione deve inziare a comprendere tutti, ogni operatore del sistema. Questa foga di "creare" dell'artista forse ha un po' stancato, e, alla luce di continui remix, ha anche poco senso. L'artista sarebbe colui che crea. Secondo me anche l'artista  deve diventare "colui che cura".

I vari vascellari, trevisani o tadiello (per restare in patria, ma ce ne sono a camionate nel mondo) sono interessanti nella misura in cui ripropongono gli stessi ingredienti del '900. In modo più o meno camuffato ed originale. Ma di originale non c'è niente. La cosa più interessante è che vengono apprezzati perchè propongono qualcosa che si conosce già. L'uomo ha paura di ciò che non conosce. Questi giovani DJ mi sembrano artisti pensati al tavolino. Tadiello riprende Nicolai, Vascellari Barney e Bock, eccetera eccetera. E' certo che la recente mostra di tadiello alla querini stampalia sia interessante. Ma sono concetti di Nicolai. Sicuramente il focus su vacellari a monfalcone, sarà interessante. Ma si tratta delle proposte sicure di barney e bock, o della ruffianaggine del punk. Non voglio escludere che l'importanza di questi giovani sia la riproposizione di "buone cose" passate. In fondo non bisogna dimenticare. Ma allora stiamo parlando di artigianato e di impiegati di lusso. Non c'è uno sguardo in avanti, c'è una forma di rispettabile artigianato. Cerchiamo di essere però consapevoli e riconoscere le pere rispetto alle mele. Figuriamoci in italia, dove il contemporaneo è sempre un po' in crisi, i vari operatori culturali "alla bruciati" devono necessariamente compiacere e rassicurare il pubblico. Barney e Bock sono irraggiungibili, prendiamo il loro corrispettivo "low-cost" vascellari.

In questo momento il mondo è pieno di artisti "low-cost", di artigiani e impiegati. Forse lo spazio di manovra più ampio lo hanno proprio i curatori, i nuovi DJ. O anche i galleristi e i direttori di riviste. Soprattutto i collezzionisti possono essere considerati artisti. Loro remixano vari elementi-opere nelle loro collezioni. L'artista, nella sua definizione tradizionale, mi sembra oggi troppo dipendente da logiche più importanti di lui. Troppo subissato da una concorrenza spietata e una saturazione dei contenuti. Serve assolutamente una redifinizione di ruolo e di linguaggio.

Allora mi sembra che il termine "curatore" come "colui che cura" possa comprendere artisti, curatori, critici, collezionisti, direttori, spettatori ecc ecc. Tutti questi "curano qualcosa" e così facendo sviluppano il loro ruolo. Siamo tutti "curatori". Il curatore-artista ha il compito di curare le proprie idee-opere attraverso una sincera riflessione sul linguaggio. lo spettatore deve curare il proprio giudizio e la propria fruizione. E così via.

 

 

 

postato da: rossiluca alle ore 11:19 | link | commenti | commenti
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martedì, 30 giugno 2009

WHYTAHOUSE

Whitehouse non è un servizio pubblico e non è "Gesù nel tempio". Non è che devo indicare la via giusta o perseguire banali obbiettivi personali. La dinamica è quella del "gioco organico". Una bambino quando gioca è sempre nel giusto e non si pone obbiettivi. Gli obiettivi si raggiungono autonomamente dal momento in cui il "gioco del bambino" è "giusto". Gioco "organico" perchè si sviluppa in modo istintivo e naturale proponendo cose nuove e rivalutando cose vecchie. Un concetto una volta espresso non deve diventare lettera morta. Viene ripetuto, arricchito, digerito. Repetita iuvant. I primi post che ho scritto hanno un valore anche oggi e quindi vengono ripresi e integrati.

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Nei contenuti che cerco non è questione di perseguire ossessivamente il "nuovo" e l'innovazione come fossi un menager demente. Molti artisti che critico si esprimono all'interno di uno steccato didatticamente e formalmente impeccabile. Quasi non criticabile. Indugiare in tale steccato diventa però ruffiano, compiacente e rassicurante. In questo modo si sviluppa una forma ambigua di artigianato che ha la maschera del progressismo mentre nasconde il peggiore conservatorismo. In questo modo il contemporaneo diventa uno stereotipo del linguaggio. Un ombrello rassicurante e reazionario sotto al quale trovare  giovani indolenti che non hanno voglia di un lavoro "classico". Ciò detto ho anche indicato molti artisti che apprezzo (santiago sierra,martin creed, tacita dean, tino seghal). In italia vedo solo sprazzi interessanti quà e là ma niente di realmente robusto. Forse solo Micol Assael ha questa robustezza potenziale. Come per Micol ho altri sospetti di robustezza, ma non riesco ancora a sbilanciarmi. Per continuare ad essere buono come gesù o come la mamma, posso dire che il lavoro del famigerato trevisanisaggio, presentato alla scorsa manifesta, mi piacque. C'avevo visto la lucidità di osare. L'elemento fumogeno unito all'utopica unione fisica di olio e acqua era interessante. Poi però, trevisanisaggio ricade in un certo artigianato, e quando poi il sistema lo sostiene in modo ceco e aprioristico, non ci vedo più. Al contrario per altri casi trattati non ci sono proprio scusanti.

Quello su cui mi concentrerò saranno le "relazioni" e i "luoghi". E ovviamente sta continuando la pratica della Defissione verso alcuni oligarchi del sistema. Relazioni anche in termini di social network e "luoghi" in diverse declinazioni. Ritengo l'intervento Senza Titolo che ha fatto scaturire la Reazione di Zero (come fosse quasi la Coscienza di Zeno) centrale. La galleria Zero togliendo le opere dal sito ha fatto emergere unicamente il luogo e le relazioni (la galleria stessa e i curriculum vitae). L'opera d'arte non è più centrata perchè al centro convergono sovrapproduzione e saturazione. Stessa cosa per la mostra One Calder dove sono saltati i parametri tradizionali del "curare una mostra". Curare significa comunicare semplicemente un 'informazione, investire un "luogo". Nel progetto alla T293 ho voluto contaminare uno standard. Anche in questo caso sono state coinvolte relazioni e luoghi. Tutto questo non in un'ottica di sterile critica istituzionale. Infatti ogni progetto può essere fruito in modo indipendente e "non politico". E' ovvio che se il sistema monopolizza e monolitizza le tendenze di gusto e di mercato diventa necessario fare i conti con questo monolite. Personalmente, piuttosto che distruggerlo, mi diverte maggiormente usare questo monolite come fosse un fulcro per una leva. Dopodichè uso semplicemente questa leva consapevole che devo partire dal prendere sul serio quel monolite. Infatti quel monolite è l'unico che ha avuto le capacità per affermarsi. Parto dal vincolo-limite di quel monolite per poi superarlo.

caro luca

ti seguo sempre con estremo interesse e sono daccordo praticamente su tutto quello che dici. tuttavia non condivido la tua parziale approvazioni degli oligarchi e degli artisti che nomini. micol assaelvita è inconsistente quanto trevisanisaggio, con un poverismo, un gordonmattaclarkismo e un'aderenza poco reinterpretata al gusto vintage mitteleuropeo evidenti. ma è sugli oligarchi che secondo me sbagli. dici che in fondo sono i migliori possibili... eppure, rifletti su questo: angela vattene ha curato una come carolina rachel antich da prometeo, c'è rissa e male detti hanno sostenuto uno come previdi e uno come chiasera (questo il secondo), già in cinto, complice la barbabiertola, ha valutato di scommettere su due come dragana spagna e elenia de pedro, roberto spinto non ne parliamo nemmeno, la brigata dei curattology, come già sostenevi tu, non ha curato praticamente nulla, e un davide acciai alla rivalta su exibart appare quantomeno un equivoco professionale, via farini ebbe il coraggio di ospitare le personali di uno come la vaccinara e di una come la carrello, per non parlare delle varie, insulse collettive: e tutti questi ti sembrano dei professionisti?! perfino mia nonna avrebbe saputo che certi artisti non dovevano proprio nascere e altri avrebbero dovuto essere maggiormente sostenuti. com'è stato possibile non dare il furla a gennai, favenni, favili, caroviaggio, franceschini, piergolia? è evidente che quelli che citi sempre non sono gente che sa fare il mesterie che fa. ma tu continua così che fai bene, ciao lia

Cara Lia,

sei un po' crudele, ho dovuto ritoccare qualche cosa un po' così. E poi storpi troppo i nomi. Comunque hai ragione. Il problema è che comunque la loro incapacità e poca professionalità si sono comunque "affermate". Per affermate intendo nella pozzangherina del sistema italia (come lo defininisce giorgio andreotta calò che forse dovrebbe essere più rispettoso della pozzanghera che lo sta sostenendo a prescindere da tutto). Poi i curatori scelgono quello che trovano nel menù. Se il menù è fatto da giovani artisti complessati che per sentirsi sicuri devono scimmiottare loro coetanei aglosassoni e mitteleuropei....è ovvio che la qualità è bassa. Ciò detto anche gli stessi curatori sono esterofili e chiusi su loro stessi, incantati e inebetiti nel guardare il sistema internazionale come se fosse sempre "buono e giusto e nostra fonte di salvezza" (cit. Gesù). Come se una mostra a berlino debba sempre essere meglio di una mostra a napoli. Il sistema è malato anche perchè gli errori di questi curatori non vengono pagati professionalmente. Se un dottore o un ingeniere sbagliano questi pagano. Nel sistema dell'arte italiana, di pietrantonio,vettese, bertola, ecc ecc sbagliano e va sempre tutto bene. L'arte purtroppo si presta molto a questa situazione, vista la sua soggettività e relatività. Ma sappiamo bene che c'è un limite a tutto, e nell'arte SI PUO' scorgere oggettività o comunque una sorta di lealtà professionale. Guarda solo il silenzio supponente e arrogante in cui si sono immersi gli  operatori di cui parlo. Quì in svezia, dove sono ora, avrei subito ottenuto delle risposte serie e professionali. E invece i milovan e i paolo zani si avvolgono in un silenzio colpevole, cercando di far passare questo silenzio per un atteggiamento così tanto intelligente, superiore e professionale. Purtroppo mi viene solo da ridere con il magone dentro. Ma sono comunque ottimista.

postato da: rossiluca alle ore 00:22 | link | commenti | commenti
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mercoledì, 24 giugno 2009

Bicchieri d'acqua sostenibili (CRAZY VERSION)

news:
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=28656&IDCategoria=1

Giulio Frigo  viene rimpallato tra il clan veneziano-milanese capeggiato da milovan vettese. Come due operatori riescano a creare una caso interegionale che culminerà con l'imminente personale di frigo presso viafarini docva (nel cui comitato c'è anche vettese che è front man dello iuav,dove ha studiato frigo, nel FAI, nella Fond. La masa, nel festival di faenza ecc ecc). 
In giulio frigo vedo una tensione a lavorare sul linguaggio e sul ruolo. Anche se siamo sempre nello steccato/archetipo rassicurante dell'arte contemporanea. Però c'è una tensione. C'è anche un suo essere furbo e una capacità critica di sostenere appetibilmente il suo lavoro. Non credo molto in questa freschezza e mobilità "da distributore automatico". Frigo è evidentemente iscritto alla nonni-genitori foundation. E' tutto troppo facile e minimal. Una freschezza da frigo (nel senso dell'elettrodomestico, senza doppo sensi). Una freschezza ruffiana e rassicurante. Come a dire: se mi segui diventerai come raffinato,fresco e colto come me. Questo stucca. Si vende, ma stucca. Cioè si vende... ma mi vede perplesso nel lungo periodo. Conosco abbastanza il suo lavoro. Il lavoro con i presentatori italiani e le figure geometriche che ruotano  è stuzzicante. Ma siamo sempre lì. L'ennesima declinazione visivamente e concettualmente gustosa. Questa sensibilità di recupero "colto" del passato. Questo remixare ossessivamente il 1900. In europa e nel mondo c'è un esercito di artisti similari. Ripeto, non è questione di "non accontentarsi" o ricercare disperatamente il nuovo. Si tratta di mettere realmente in discussione il linguaggio e il ruolo, ed evitare l'onda della moda. Se frigo segue agamben (come dice furbescamente) dovrebbe sapere che è contemporaneo colui che vive una sorta di sfasatura e anacronismo con il suo tempo. Se no siamo sempre ad una sorta di ikea raffinata e pretenziosa. Quell'immagine dei presentatori e le figure può stare stampata nelle t-shirt di qualche concorrente di x factor. Il filosofo severino e de dominicis sono ottime letture, ma si tratta di trovare formalizzazioni che rispettino, in modo non didascalico, questi grossi bagagli di pensiero. Alcune opere di frigo possono essere di frosi, ma anche di grimaldi e perchè no un 'evoluzione  da "de dominicis-basta" di roccalsalva. Questi nomi per intenderci.

La declinazione "inizio 2000" di frigo è Paolo Chiasera. Anche in questo caso nonni genitori foundation e una sorta di "turismo creativo" (mi dicevano che mentre faceva l'accademia  a bologna,come hobby, usciva di casa per comprare materiale tecnologico in modo bulimico). Chiasera fu preso ancora sulla soglia dell'accademia dalla galleria massimo minini. Fece un prima personale curiosa, anche se il linea con il migliore artigianato contemporaneo. Tutto bene. Ovviamente, essendo presentato dalla galleria massimo  minini, l'artigianato risplendeva e trovava un suo "significato" e una sua vendita semmai come plus per un vanessa beecroft. Poi ha iniziato a fare lavori legati, in modo diretto e didascalico, a importanti individualità storiche. Tutto molto facile: se faccio un'opera ispirata a galileo galilei, una cosa qualsiasi tipo..."il sudore della sua fronte che forma cerchi sulla carta che, poi, diventano pianeti...."....l'opera non è ovviamente criticabile. Quindi il nostro ha affrontato prima il rinnegato tupac (personalità afroamreicana bistrattata ma molto cool da ripescare) , poi famosi pittori (tra cui van gogh) e infine  personalità eccelenti di diversi settori. In mezzo c'erano strane riflessioni relative a giovani dittatori, corredate da pitture giganti e naif che campeggiavano, puntuali, ad ogni arte fiera nello stand di minini. In questo caso siamo di fronte ad un giovane di buona famiglia che vuole fare a tutti i costi "l'artista giovane". Non vi è altra urgenza. Anzi, se lui sviluppasse concettualmente e formalmente questa sua particolare "urgenza" di fare il giovane artista ad ogni costo, sarebbe più interessante. Invece no. Perpetua un certo relativismo paralizzante dove tutto può andare e dove non si capisce dove Lui voglia andare. E' chiaro che se uno non sa dove andare, affidandosi a personalità storiche eccellenti il gioco è fatto. Basta scorporare tali personalità e trovare qualche mezzuccio formale per renderle al meglio. Poi ,dopo, è sufficiente fare una serie di acquerelli o sculture sul tema ed essere sostenuti dalla famiglia minini, perchè tutto vada bene e venga percepito come legittimo. E se non si vende c'è la mitica foundation. Invito tutti ad aprire bene gli occhi. Se prendo due grandi della storia, ne faccio due sculture , le distruggo e dalle rovine faccio un 'altra scultura, basta? O mi metto a fare degli acquerelli come esercizi di stile intorno alla figura di van gogh o di tupac? Non si tratta di una speculazione fine a se stessa? Non vedo un filo conduttore, non vedo un viaggio urgente, ma solo una forma di turismo mordi e fuggi. Come se l'ikea facesse una linea di prodotti  legati a lady diana. Non vedo tensione, ma solo un compiacimento e una rassicurazione della platea. Se voglio essere rassicurato vado all'ikea o al cinema. Cavolo.

Ripeto, non c'è il coraggio e la capacità di andare oltre questi grovigli e questi concetti sballati di "libertà". Non vedo una riflessione sincera sul ruolo e sul linguaggio dell'arte. Vedo giovani impauriti e attenti a compiacere un clima generale. Un gruppo di giovani reazionari che ce la raccontano e "se la raccontano". Semmai con la sola urgenza di perpetuare un esistenza facile e agiata, impegnati a fare i giovani artisti a vita. Su e giù per l'europa come peter pan eternamente giovanilistici. Ci vorrebbe la forza di una terza guerra mondiale per scuotere la situazione.

 

http://www.castellodirivoli.org/ita/homepage/Mostre/Archivio.htm

Questo lavoro di Christian Frosi non è criticabile. Allo stesso tempo però viene da pensare ad una sorta di "turismo creativo" perpetuato da una sorta di impiegato acchiappasogni. Dove ogni idea può essere sostenuta a patto che si seguano alcune regole di linguaggio (ormai spuntate). Il lavoro di Frosi è forse tra i più stuzzicanti in italia, ma, anche lui, è prigioniero di uno steccato ormai stereotipato. Di un archetipo contemporaneao ormai spuntato. Bisognerebbe evitare il turismo e cercare di intraprendere dei "viaggi". Michael Schumacher l'anno prossimo farà un viaggio nello spazio. Come dobbiamo considerare il reportahe video-fotografico che riporterà sulla terra? Non è diventato troppo facile uscire di casa, andare in studio o al parco, trovare una "bella idea" e formalizzarla in opera d'arte? Allora ok. Troviamo una buona idea che semmai abbia  a che fare col sublime o con una certa malinconia mitteleuropea. Sfogliamo un numero di mousse, kaleidoscope o flash art e prendiamo spunti per formalizzarla in modo appetibile e stuzzicante. Non è troppo facile? Sì può fare, ma alla lunga si crea un corpo unico di artisti, parificabili a impiegati di lusso o burocrati. Si crea uno standard, un conformismo collettivo che segue le regole di un certo artigianato rassicurante. I "burocrati" più bravi a fare questo vengono scelti dal "sistema" per poterli differenziare (anche se non sono diversi) e ottenere "valore" di gusto e mercato. Vengono scelti anche per legittimare i percorsi formativi che hanno fatto, e quindi per legittimare un mondo di critici-insegnanti tutti colleghi, giustamente solidali ed amici. Le loro opere "non differenti" si distinguono in base alle relazioni pubbliche e private che sostengono le opere stesse. Per questo l'opera d'arte perde di centralità (non sparisce!) e assume una materia fatta di relazioni. Poi le relazioni precipitano in luoghi autorevoli e, infine, nei curriculum vitae:

http://www.galleriazero.it/Biography_Massimo_Grimaldi.pdf

E allora è per questo che diventa fondamentale "ordinare una pizza". In questo modo le opere perdono così il centro (ma non spariscono) che ritornano estremamente centrali.

pizzart


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vedere un luogo che non c

Definire un contesto critico è come un'operazione chirurgica, è inevitabile sporcarsi e perdere sangue. Sono inevitabili possibili complicazioni. Al contrario il rischio sarebbe quello della paralisi, e anche operatori brillanti, senza un feedback critico, rischiano di soffocare nei loro percorsi “apprezzati da tutti”. Mi rendo conto che  la precarietà e la paura del sistema rendono tutti forzatamente compiacenti e amici di tutti. Una sorta di orgia forzata, ma senza troppe convinzioni e risultati apprezzabili. Bisognerebbe assumere un certo “distacco coinvolto”. Perdere ogni speranza, ma non avere nemmeno nessun timore. In questo modo forse le speranze si riaccendono.

 

  Sulla scena nazionale e internazionale il linguaggio dell'arte e il ruolo dell'artista sono diventati “gabbie fatali” per gli artisti stessi. Viviamo una fase di post-produzione estrema. Se escludiamo grandi figure del '900 e  alcune star degli anni '90, il linguaggio dell’arte contemporanea  si sta cristallizzando su strategie spuntate e rassicuranti. Non ne possiamo più degli artisti-DJ che definiva Nicolas Bourriaud in postproduction. Sembra quasi che un linguaggio “progressista” per definizione stia assumendo toni conservatori e reazionari. Il fenomeno è ancora più evidente perché interpretato proprio dalle ultime generazioni (in italia e all’estero). Un esercito di artisti omologhi e interscambiabili, sempre più in balia delle dinamiche del sistema. Artisti che appaiono come colori e sfumature sulla tavolozza del pittore. E non si capisce neanche bene chi sia il pittore. Non è questione di ricercare il nuovo o l’innovazione come manager dementi. Il punto sta nel confrontarsi sinceramente con la propria Natura rispetto al contesto contemporaneo. Muoversi per Urgenze specifiche e non attraverso un vago compiacimento e scimmiottamento del clima generale. Se un giovane si presenta a 20 anni e decide di proporre solo i tagli di Lucio Fontana in modo rigoroso e deciso, questo mi sembra interessante e stuzzicante. Lui fa i tagli di Fontana. Chiuso. Visivamente fa dei tagli nella tela, sulle riviste e nelle mostre sembra Fontanta. Necessita di un sistema che lo giustifichi. La responsabilità ricade sul sistema. Eccetera. Non farebbe un lavoro “nuovo”. In questo caso però la citazione è talmente esasperata (costui deve fare solo i tagli e basta) che potrebbe “funzionare”. Al contrario, non c’è più capacità di osare, coraggio di sbagliare, rischio di sfracellarsi.

 

Non c’è niente da fare. Gli artisti giovani e meno giovani vengono messi sopra i binari della professionalizzazione forzata. Binari che conducono ad un percorso circolare e stagnante. Andrebbe bene se si trattasse di fare gli avvocati o i banchieri. Nel caso dell’arte la professionalizzazione, unita ad una certa precarietà diffusa, conducono fatalmente all’omologazione e alla stagnazione. Un fenomeno simile alla stagflazione in campo economico.

 
 
 
Mi chiedo se il sistema economico e culturale, a livello nazionale e internazionale, possa essere in grado di sostenere l'attuale sovrapproduzione  di giovani artisti. La legge per cui "non tutti possono arrivare, e solo pochi ce la faranno" può offrire una pericolosa alibi al sistema. In italia abbiamo visto come esista una necessaria oligarchia di pochi che è in grado di indicare cosa "scegliere". Tale oligarchia, rappresenta il meglio del sistema italia, e vive uno stato di esclusività al fine di autolegittimarsi, creare tendenze e mercato. Questo sistema monopolistico funziona già da 10-15 anni e rappresenta una novità generazionale nata come reazione all'immobilità culturale italiana (degli anni '80 fondamentalmente). Gli oligarchi del sistema si sono formati durante gli anni '90 e hanno dovuto fare non poca fatica per contrapporsi alla "cultura da obitorio" della democrazia cristiana. La dinamica oligarchica tende ad essere una sorta di monopolio solidale dove tutti sono collegati con tutti in una totale carenza critica e in una sostanziale inefficacia (alcuni operatori del monopolio: giacinto garutti, massimo vettese, roberto de carlo, paolo di pitetrantonio, anna zani, ilaria pinto, roberta bonacossa, angela cavallucci, marco daneri, fabio scotini- poi ci sono gli aiutanti: andrea rabottini, alessandro maraniello, roberta ascari, edoardo tenconi, milovan menegoi, simone farronato,ludovico bonaspetti, giancarlo pratesi, massimo politi, francesca farronato, luca minini ecc.)
 


L'astio covato in quegli anni difficili è diventato oggi soddisfazione e compiacimento per la posizione raggiunta in un sistema-italia capace di autolegittimarsi. Angela Vettesa, ottima professionista, è un perfetto esempio di questa oligarchia. Mentre per i colleghi europei e americani il fine era la "promozione e sviluppo dell'arte" per questi studiosi italiani il fine era necessariamente "raggiungere autorevolezza e una posizione fissa". Per motivi  diversi, in Europa e America, gli anticopri migliori della contemporaneità non hanno dovuto scontrarsi con le difficoltà italiane degli anni '90. La DC e il partito socialista avevano la scusa del pericolo comunista per tenere tutti in scacco con la loro cultura da obitorio (tanto per intenederci).

Il sistema italiano di promozione dell'arte contamporanea vive, per questo, uno stato di soddisfazione e compiacimento, paragonabile ad un'orgia dove non nascono bambini. "Fare bambini" non significa essere eterosessuali ma significa guardare oltre il proprio orticello cercando di ottimizzare le risorse creative che si hanno a disposizione (quindi Marcello Smarreli può stare sicuro che non sono omofobico quando uso questa metafora). La nuova arma nucleare di questo sistema è rappresentato dalla famigerate "RESIDENZE ALL'ESTERO". Dopo 10 anni in cui la giovane arte ha storicizzato poco, oggi la risposta per un futuro migliore sono le residenze. Nel mondo si stima esistano almeno 50.000 artisti che stanno facendo residenze. Vedremo se la strada non sia invece quella di differenziare/innovare il prodotto  e proporlo sul mercato prima di europei e americani. Io piuttosto che le residenze mi concentrerei sul far funzionare il sistema italiano per poi esportare il meglio all'estero (subito). Questo soprattutto perchè, in italia, vivendo in un sistema precario ed esterofilo, tendiamo ad esportare artisti omologhi e interscambiabili con i loro coetanei esteri. Che senso ha?

 

Il sistema deve formare artisti capaci di essere come bicchieri d'acqua lanciati sulla società. Acqua che deve sapere cambiar di stato, diventare gas o solido in base alle necessità. Il sistema moggi deve esistere e deve essere esclusivo ma sulla base della qualità e con la sensibilità di percepire le energie extra sistema. Al momento non ci siamo. Mi sembra che in italia ci sia un clima di superficialità e sufficienza, e che gli operatori siano impegnati a compiacersi del proprio orticello provinciale. Le riviste d'arte dovrebbero recuperare una certa critica costruttiva come anticorpo per aumentare la qualità (non si può mascherare l'esterofilia da qualità) e il numero di lettori (no al buonismo accademico). Invece mi sembra che in questo momento stiano dominando paura e paralisi.

I migliori operatori del sistema (quei 4 gatti che decidono gusto e mercato) hanno vissuto una frustrazione che oggi è diventata arroganza, supponenza e chiusura di vedute. Credo che questi siano i migliori perchè comunque hanno saputo affermarsi. Ma i risultati sono deludenti da ormai 10-15 anni. E' ora di finirla. E' ora di riuscire a mostrare al sistema internazionale, che scende in italia di quando in quando, una visione realistica del sistema italia e non una brutta copia delle proposte estere. Bisogna far in modo di ottimizzare la qualità (anche a prescindere da scuole e residenze) e poi proporla con convinzione e contropartite. Cosa volete che importi ai vari operatori che ho citato di promuovere l'arte italiana o determinati artisti? (il temine italiano mi dà l'orticaria, come se stessimo alle olimpiadi del 39) Costoro hanno faticato pesantemente per arrivare nella "posizione di potere" in cui sono, e oggi semplicemente se ne fregano. Riflettete operatori di buona volontà in ascolto. Riflettete voi che siete su i bordi del centro-sistema con un lavoro professionale e serio. Riflettete.

 

Quindi questa corsa italiana alla residenza mi sembra l'ennesima illusione destinata ad iscrivere tutti alla residenza del precariato e degli sponsor nonni-genitori foundation.
postato da: rossiluca alle ore 10:57 | link | commenti (5) | commenti (5)
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